PJ Harvey @ Alcatraz, Milano (23 ottobre 2016)

28056628465_5aa2261547Non saremo più gli stessi

Domenica sera, all’Alcatraz di Milano, sono andata a vedere PJ Harvey con la precisa idea di stabilire una continuità ideale con il nostro precedente incontro. Un cerchio che aspettavo di chiudere. Era aprile, io abitavo a Milano da poco più di un mese. Ero andata a sentirla recitare le sue poesie in un posto minuscolo, da dove la potevi guardare a meno di un metro di distanza. In quell’occasione, oltre ad averla avuta così vicina, avevo persino potuto parlarle. Momenti di sovrumana intensità.

Subito dopo quell’incontro, quella specie di magia, ero corsa a scrivere la recensione del suo ultimo disco “The Hope Six Demolition Project”, di cui avevo colto una volta di più, aiutata dalle sue letture, il senso narrativo, ancor prima che l’aspetto puramente musicale. Anche di quello mi ero occupata, ovvio, nel mio consueto modo volutamente a-tecnico e sopra le righe, e pur tuttavia cogliendone la forza, la straordinaria potenza, soffermandomi su quanto valore stilistico avessero quei fiati (del tutto inediti nella produzione harveyana) e quei cori (che secondo molti erano stati abusati, mettendo addirittura a repentaglio la piena godibilità del lavoro).

Di questo disco ho anzitutto amato le atmosfere, le suggestioni, il gusto per la sperimentazione e il senso della ricerca che nella carriera di PJ Harvey è una vocazione infaticabile. E poi il messaggio politico, come una precisa volontà, a tratti persino ingenua eppure autentica e incrollabile, di testimoniare per scuotere.
Avevo amato “The Hope Six Demolition Project” per la capacità di trascinare l’ascoltatore dentro un’esperienza umana, ancor prima che artistica. La vita, l’impegno, il pensiero; ciò che gli occhi avevano visto e le orecchie avevano sentito, diveniva opera d’arte.

Ebbene, dal vivo quest’album suona simile a una consacrazione. E lo dico senza tema di apparire eccessiva, perché io c’ero.

images C’ero mentre ci lasciava tutti senza fiato, con quel suo magnetismo divenuto infallibile, con quell’algida austerità che è pura grazia, quell’ironia sapiente, quello studio impeccabile (della voce, della tecnica, dello stare su un palco) che non è mai manierismo. C’ero mentre s’inventava un nuovo modo di far innamorare il suo pubblico, da capo e ancora, suonando il sax, mettendosi alla prova nei più svariati registri vocali, dirigendo un band strepitosa che altro non è se non il frutto di uno dei suoi molti talenti: avere una chiara visione di come le cose dovranno essere, e farle andare esattamente così, avvalendosi delle persone giuste.

E sì, c’ero anche mentre con un po’ di indulgenza concedeva a se stessa ma soprattutto a noialtri stralci di un passato remoto (“Down by the Water”, “50th Queenie”, “To bring you my love”) e recente (“The Devil”, “When Under Either”), come in un’equilibrata digressione, una divagazione necessaria e coerente con il mood attuale, eppure in qualche modo distante. Distante, perché l’urgenza espressiva virava comprensibilmente altrove: i brani dell’ultimo album sono parsi per forza di cose più sentiti, più vivi e presenti, più intensi, forse per questo anche più sorprendenti.

L’apertura di “Chain of Keys” come una marcia solenne e implacabile; il riff assassino di “The Ministry of Defense” (per i nostalgici delle sue proverbiali chitarre distorte); la melodia quasi beffarda e irridente di “The Community of Hope” ad aprire il set. E poi le suggestioni folk di “The Orange Monkey”, i tempi scomposti di “A Line in the Sand” ad alleggerire il registro senza per questo perdere d’intensità. Di seguito, il trittico tratto dal disco precedente, che molto anticipava dell’ultimo ma che di questo non aveva la stessa trascinante forza: “Let England Shake”, “The Words that Maketh Murder”, “ The Glorious Land”.
E di nuovo, da “The Hope Six Demolition Project”, “Medicinals”: solenne grandiosità. Momenti più intimi con la delicata “When Under Either” (da “White Chalk”), la straziante “Dollar, Dollar”, e l’inconsulta “The Devil” (sempre da “White Chalk”). Ancora due brani dall’ultimo lavoro, accomunati dalla potenza straripante: un brano entusiasmante e disperato, “The Wheel”, e uno quasi canzonatorio, fin dall’intro, “The Minister of Social Affairs”. Successivamente, la digressione anni ’90 di cui sopra: “50th Queenie”, “Down by the Water”, “To bring You My Love”. Per concludere, il mormorio ossessivo e i cori di “River Anacostia” ad aprire e chiudere una melodia affranta.

Per i bis, vengono scelte la corale “Near the Memorials to Vietnam and Lincoln” e la plastica “The Last Living Rose”: una boccata d’aria limpida prima di dirle arrivederci.

Inchini e sorrisi, nemmeno una parola se non per presentare i suoi musicisti, nemmeno un saluto. Ma nessuno avrebbe avuto animo di chiedere null’altro: tutto era già troppo immenso, talmente smisurato da non poterlo contenere, da non dormirci la notte, dal continuare a pensarci anche ora, anche qui. Con l’idea fissa che lei è andata via, e che noi non saremo più gli stessi quando la rincontreremo.

pj

Autore dell'articolo: Valentina Zona

"Ciascuno è tanto più autentico, quanto più assomiglia all'idea che ha sognato di se stesso". Ovviamente non è mia.

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