Nove maggio, Liberato a Napoli: un live report

Liberi dai liberato-maniacs [foto di Ilaria Barletta]
Liberi dai liberato-maniacs [foto di Ilaria Barletta]
Oltre a essere il mese di tante altre cose, maggio è diventato pure il mese di Liberato. L’anno scorso il giorno 9 di questo mese è scoppiata la bolla e ha avuto inizio la mirabolante ascesa dell’artista misterioso e della sua fortunata serie di tormentoni cui è impossibile sfuggire. Il 2 maggio 2018, invece, il cantante partenopeo o filo-partenopeo ha presentato due brani inediti: “Intostreet” e “Te vogl ben assaje”, due pezzi vincenti, qualitativamente superiori alle due canzoni uscite in autunno, ossia “Gaiola Portafortuna” e “Me staj appennenn amo”, che secondo i più esigenti e i più distaccati potevano rappresentare la fine del fenomeno, il doppio passo falso del personaggio musicale più chiacchierato nei social. Come ben sappiamo, tutto era cominciato con “Nove maggio” e “Tu t’e scurdat e me”, singoloni e manifesti estetici datati 2017, capaci di stregare un considerevole numero di persone in contesto alternative e mainstream. Testi in napoletano sentimentale, accidentalmente corrotti da espressioni contemporanee e spurie, slogan anglofoni e vocalizzi acuti; basi trap con beat funzionali e caratterizzati da momenti di clap incalzanti; video d’autore, che spiegano Napoli al Nord; apparizioni velate e opache in festival milanesi e torinesi; giga di hype e tanta facile mitologia.
Un anno fa, ai tempi di “Nove Maggio”, Liberato sembrava già una meteora. Un anno dopo, sono in ventimila a riunirsi sul lungomare di Napoli per il primo concerto cittadino del profeta vesuviano. Un evento, annunciato soltanto una settimana prima tramite pochissime tracce sui social, ma atteso e celebrato da tutti. Sono arrivate persone da tutta Italia, appassionati, curiosi e devoti che si non si sono lasciati scoraggiare dalla deludente performance svoltasi al Club2Club di Torino. Il cantante arriva a Mergellina via mare, a bordo di un motoscafo, in stile contrabbandiere di Santa Lucia, coperto da un cappuccio e da cinquanta membri dello staff. Il pubblico apprezza, perché è questo che vuole. Tutti ci stanno dentro. Non è possibile sottrarsi alla curiosità come non è possibile cedere al fascino scontato del mistero. Il mito di Liberato diventa sempre più pressante ogni giorno che passa, la curiosità alimenta l’attesa, il rito glorifica l’ingenuità, evento dopo evento, brano dopo brano. C’è chi attende un suo album lungo come una grazia, ed è per questo che l’annuncio di un concerto, tra l’altro gratuito, a Napoli sembra quasi un’epifania. Un miracolo, collettivo e popolare (proprio come succede dai tempi del martirio di San Gennaro), nonostante la distanza incolmabile e la scarsa generosità con la quale il santo-cantante ama proporsi.
L’anonimato è l’elemento cardine del rito. Ma ciò che è emerso nella serata del nove maggio è che la gente ha accettato e apprezzato il dogma del segreto. Il pubblico crede, ha la certezza di sentirsi vicino a Liberato, perché si identifica ascolto dopo ascolto nei suoi testi, e il cantante s’innalza a miraggio attraverso la distanza, nonostante il fatto che l’assenza del confronto con gli ascoltatori penalizzi tantissimo la sua resa live. Al di là della durata del concerto – da guinness dei primati, considerando che si è trattato di una ventina di minuti – il piccolo palco e la limitata amplificazione fanno pensare che Liberato sia ora più che mai costretto a nascondersi. Non si può infatti limitare così tanto la struttura in un’esibizione le cui statistiche sull’affluenza erano note da giorni. Sebbene non sia facile provare a far fare un sound-check a una persona che vuole rimanere anonima, sarebbe stato il caso di investire un po’ più di tempo sulla qualità dell’audio anziché puntare tutto sulle luci. Tutto calcolato, ovviamente: il bagliore che splende e saetta dietro al cantante e alle sue controfigure deve nascondere la scena a tutti i presenti.

Non importa a nessuno che Liberato non si sia palesato. Ma ci sono tanti modi per offuscarsi, e la strategia usata dal vivo dal collettivo di Liberato non sembra la più felice. Nonostante ciò, l’appuntamento era imperdibile. E più della metà del pubblico partecipa per mostrarsi e non per assistere a una manifestazione. Si prescinde dalla musica e dall’esibizione: l’evento è digitale, nonostante la calca fisica e massiva. Autobus e pernottamenti a parte, l’evento non è stato neanche pensato per un ritorno economico: era gratis, non c’era dischi o merchandising da poter comprare. Liberato si è voluto dare. Ha voluto premiare lo scenario delle sue canzoni. E la gente ha cantato. Qualcuno ha ballato. Quasi tutti hanno scattato foto al palco inondato di luce.

Che le sue canzoni piacciano o meno, l’affaire Liberato è qualcosa da cui è impossibile distogliere lo sguardo, anche se non c’è niente da guardare. Liberato attira le masse, stimola commenti e discussioni. È qualcosa da vedere pere vedere cosa c’è, cosa succede.

Poi c’è la musica, e quindi sarebbe anche opportuno tentare una analisi delle sue composizioni. Non esistendo un vero e proprio modello in tal senso, prendiamo in considerazione alcuni elementi lampanti quali l’assenza di strumenti acustici e la relativa delega all’elettronica, il mascheramento della voce grazie all’auto-tune e infine una testualità digitale cui, onor del vero, mancano solo le emoticon.

In effetti, è lo stesso scenario totalmente elettronico ad autorizzare la scomparsa di ogni interprete umano, e Liberato si carica di questo modello musicale portandolo finalmente sulle bacheche di tutti, e non dei soliti poser dell’ascolto ricercato. Chi scrive non è un asso dell’informatica né un mago della produzione musicale, ma ha ben chiaro come un po’ di lavoro sul gusto del pubblico permetta di confezionare il prodotto che meglio si addice al momento secondo i tempi ciclici di quella moda che pure devono scandire i ritmi della canzone di consumo, oggi. In questo caso, il lento logorio della scena musicale italiana è stata decisa essenzialmente da show televisivi e produzioni disco-radiofoniche, e la socialità condivisa di sale di concerto e piazze deve ridursi a misura di piattaforma broadcast e soprattutto deve sfruttare la guadagnata possibilità di omologarsi al punto da fare la differenza. Ed ecco che Liberato riesce a interpretare i gusti del pubblico tanto quanto la ricerca del panino del mese.
Ma andiamo avanti, toccando la questione vocale. Ora, che la voce potesse venir manipolata è cosa buona e giusta a partire soprattutto dalla nostra frequentazione quotidiana con voci partorite dalla sola elettronica e per la scena eletteonica, con l’uomo che può ascoltare soltanto. Altro che vocoder, l’autotune svincola il cantante dalla grammatica del bel canto e territorializza il suo intervento nella giusta dimora armonica. Insomma, sarebbe il caso di esportare questo modello alle sale da bagno, installarlo precisamente accanto al telefono sul piatto doccia e il pubblico è servito. Questo per dire che la voce così com’è si pone come merce rara da ascoltare, e la cosa fa specie soprattutto in termini di timbro, schiacciato com’è all’innaturalezza.
E infine il testo. Proprio sulla scelta delle parole si è combattutta la crociata decisiva contro la costruzione fraseologica, a sostegno di una testualità lapidaria che nella commistione di lingue rintraccia il suo vocabolario: inglese, napoletano, italiano a tratti e la loro giustapposizione chirurgica per formare frasi di senso compiuto e ancora da compiersi.
Sotto il profilo strettamente compositivo e musicale, un plauso ai costruttori di beat, agli editor in fase di missaggio, a chi produce l’audio per poi consegnarlo a chi impacchetta i video, una cui analisi potremmo pure farla, ma al di là della trovata iniziale di sovrapporre una voce maschile a un volto femminile, il resto è stato piuttosto piatto e controllato, da serie televisiva di Canale 5 con Elena Sofia Ricci a interpretare la mamma.
Liberato è il figlio di Elena Ferrante.
[Ambra Benvenuto;
Antonio Mastrogiacomo]

Autore dell'articolo: Ambra Benvenuto

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