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Max Richter @ Teatro dei Rinnovati, Siena (10 luglio 2015)

 

Max Richter @ Teatro dei Rinnovati, Siena (10 luglio 2015)Qualche considerazione a caldo sul concerto di apertura del festival musicale dell’Accademia Chigiana: Max Richter, “Recomposed” e “Infra”, due prime esecuzioni italiane. Andiamo al sodo senza troppi giri di parole: la sensazione avuta durante il concerto e al termine dello stesso è che sia mancato qualcosa. Onestamente poco importa se il pubblico abbia lungamente e fragorosamente applaudito (lo stesso pubblico che del resto si è lanciato in un applauso durante “Recomposed” scambiando lo scoppio di una corda spezzata di un violista per un via, o che ha invece lasciato scorrere interminabili secondi al termine di “Infra” prima di capire che il pezzo fosse davvero terminato) o se uscendo dal teatro si è sentito qualcuno fischiettare uno degli ultimi pattern proposti… resta il dubbio di aver assistito a qualcosa di incompleto.

“Recomposed by Max Richter: Vivaldi, the Four Seasons”, questo il titolo completo, è sostanzialmente una rilettura del capolavoro vivaldiano in chiave post-minimalista: ciò che Richter ha fatto è stato isolare alcune strutture dell’originale e costruire da quelle nuovi brani, utilizzando diversi procedimenti cari a tanta musica contemporanea più o meno di consumo. Frammenti vivaldiani messi in loop sui quali si innestano gli archi gravi che si muovono per quinte e che seguono tipiche linee III, V, I, III, V, VI (la cadenza d’inganno, tenera vecchietta, che colpisce ancora!); passaggi riorchestrati tutti in armonici; sequenza originarie ripetute spostando volta per volta un accento, sincopate o trasformate in metri irregolari; chiuse nello sfumato o che spezzano improvvisamente il loop, come un disco interrotto (quest’ultime un po’ fastidiose se si pretende che quasi una decina dei tredici brani totali in cui è diviso “Recomposed” debba terminare così).

Insomma, tutte cose di per loro legittime e anche gradevoli, ma allora ci chiediamo: perché applicarle a Vivaldi? Qual è la necessità di rileggere il brano più conosciuto del prete rosso in chiave post minimalista? Perché non utilizzare queste tecniche per scrivere un pezzo ex novo, come del resto succede con “Infra”, che differisce dal primo giusto per un utilizzo di armonie più scure?

Richter ha dichiarato in un’intervista che da bambino amava quel concerto e che crescendo ha cominciato a odiarlo perché utilizzato e diffuso come musica di consumo: nei supermercati, nelle pubblicità, per radio tra un programma e un altro. Ecco che ha sentito il bisogno di riscrivere Vivaldi per riappropriarsi di quella musica e ricominciare ad amarla. Verrebbe da dire quasi un’operazione di restauro, per riportare alla bellezza di un tempo una musica opacizzata dai media.

Diciamo che forse questo era più che altro il proposito di Berio quando si mise a lavorare sugli appunti della Decima Sinfonia di Schubert e ne tirò fuori “Rendering”. Purtroppo nel caso del nostro Richter, che pure di Berio è stato allievo, sembra che si sia voluto de-commercializzare Vivaldi proponendone un altro tipo di commercializzazione (il cd, edito da Deutsche Grammophon, pare venda bene), o, guardando con un occhio più maligno, proporre un lavoro “contemporaneo” in grado di attirare pubblico di massa per via dell’utilizzo di un materiale ben stratificato nella coscienza musicale comune (suvvia, chi non andrebbe al cinema a vedere un remake più o meno sperimentale di Via col Vento, anche solo per capire cose ne è stato fatto?).

Diciamo “purtroppo” perché in fondo quei tre quarti d’ora di musica passano senza molti problemi: ma allora è questo che si voleva? Un ascolto tranquillo, non problematico, che passi senza mettere troppo in discussione faccende formali e/o estetiche? Forse è questa la reale direzione in cui si deve muovere la musica e quindi queste stesse osservazioni sono frutto di un modo antiquato di ascoltare le faccende musicali? Presumibilmente sì; del resto al termine del concerto il pubblico si è accalcato all’uscita per comprare una copia del cd “Recomposed by Max Richter”.

Ritorniamo sull’aspetto dell’incompletezza, passando a “Infra”, lavoro originariamente concepito come musica per una coreografia di McGregor e successivamente ampliato e diventato un lavoro a sé stante. Lavoro che stilisticamente non differisce molto dall’altro, anche se qui i loop sono molto più estesi, e passano anche cinque, sei, sette minuti ascoltando la stessa successione armonica che dal nulla cresce e poi decresce o si interrompe bruscamente (questa la struttura di tutti ogni movimento proposto). Assenza totale di sviluppo, ma è anche questa una cifra stilistica, e sdoganata da tempo (è sicuramente un pregio riuscire a gestire temporalmente una musica che rimane sostanzialmente statica, anche se non stiamo certo parlando di un Feldman); la questione che vogliamo mettere in evidenza è però un’altra: quella di stasera sarebbe stata un’ottima musica se di supporto ad altro. Ecco la mancanza: un secondo linguaggio oltre a quello musicale.

Probabilmente se fosse stata una sonorizzazione legata a una coreografia, come era in origine, non saremmo qui a scrivere queste cose (qualche malizioso lettore potrebbe far notare che le musiche per balletto di un Tchaikovsky o uno Stravinsky reggono anche in forma di concerto, senza pensare che in questa ipotesi di fruizione le musiche non vengono proposte integralmente ma in una accurata selezione), o magari con il supporto di un lavoro visuale di una certa portata (ma dobbiamo essere onesti: per tutta la durata di “Infra” c’è effettivamente stata una proiezione, figure stilizzate che camminavano sullo sfondo, in loop anche loro, e alle quali dopo poco si fa l’occhio e passano in totale subordine), ma in loro assenza si percepisce che ci dev’essere qualcos’altro che dovrebbe aiutare a dire quello che la musica non dice, o accenna solo.

Queste osservazioni non vogliono essere critiche gratuite: tutto ciò, che porta l’ascoltatore in uno stato di perenne attesa, agitazione e, a tratti, noia, potrebbe essere lo scopo del lavoro. Così come dietro i musicisti si osservano quelle figure proiettate di cui sopra camminare da un lato all’altro dello schermo attraversarsi senza interagire, forse intenzione di “Infra” era proprio suggerire un ascolto che passasse senza lasciare segno. Ma, se così fosse stato, bisognava allora insistere maggiormente su questo proposito, evitando di lasciare il lavoro in un limbo formale che si trascina dietro quella sensazione di incompiutezza generale.

In conclusione, ci sono aspetti che forse potrebbero essere artisticamente indagati meglio a monte, ma in ogni caso non possiamo tacere del fatto che alcuni momenti siano stati sinceramente piacevoli. Come nel “Summer 3” di Recomposed, bissato al termine della prima parte della serata: con quelle impetuose scale e quei tumultuosi ribattuti, l’interpretazione di Richter mostra che, in fondo, Vivaldi sapeva il fatto suo.

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