Geografie del Suono #40 (Asilo Filangieri, Napoli)

Geografie del suono raggiunge il punto di non ritorno: quello dei primi anta. Il format si è rivelato, come si dice in questi casi, vincente coniugando nello spazio di una serata realtà musicale fuori confine pronte a confrontarsi con gruppi propriamente autoctoni. Alla ripresa dopo la pausa estiva il quarantesimo appuntamento di Geografie, presso l’Asilo Filangieri di Napoli, mette insieme una esperienza che viaggia sulla Napoli-Bari con uscita obbligata ad Avellino ovest. Vale a dire, di scena Damiano Meacci, caposcuola di una certa elettronica che aveva nel conservatorio irpino Cimarosa sua temporanea sede – è ora docente al Martini di Bologna – che performa insieme al caprese Gianluca Catuogno: insieme sono gli H7-25 (come l’androide bambino amico di Bud Spencer), un duo elettronico/elettroacustico nato dalla voglia di suonare insieme, di improvvisare e di sperimentare nuove soluzioni performative; un progetto polimorfo, che pur caratterizzato da sonorità ampie ma ben delineate, si trasforma ogni volta per incontrare le specificità acustiche degli spazi e si adatta al carattere dei contesti performativi. Dopo la loro “personale” azione, avrebbero performato insieme agli Inhorep, un retrogrado di Peroni che ha trovato la sua personale soluzione di continuità nella musica senza struttura.

La ripresa di una rassegna che si fa occasione vede partecipare un pubblico di affezionati, cui si aggiunge una nutrita comitiva da Avellino Ovest, perché sono tanti gli ex-allievi del maestro Meacci, uno di quelli che milita in Tempo Reale, a Firenze. E state attenti alla programmazione prossima futura di Geografie del suono che è abbastanza scoppiettante: nel giro di un mese quattro appuntamenti che si chiudono con Alvin Curran ft. OEOAS il 25 novembre.

Ma, parliamo di musica, ora. Il fatto si tratti di una una musica ancora visuale è dimostrato dall’impiego di alcuni strumenti vistosamente scenici sebbene piegati ad una funzione musicale – l’arco della capoeira ad esempio che scontestualizzato dalla danza diventa un oggetto qualunque impiegato nella sua sola corda. Si inizia dalle avvolgenti tessiture timbriche mentre ancora una volta il nero riveste i musicisti quale loro colore ufficiale. I tavoli sono ben imbanditi di strumenti oggetti periferiche devices che si supera il migliaio di euro con agilità. Troppa carne a cuocere cotta male? Il pubblico c’è e risponde sereno alle iniziativa senza fare baldoria. Per quanto possa dirsi improvvisata, la struttura della composizione esce fuori a più riprese giocando su segmenti più o meno articolati che nella pulsazione trovano legame. Pressione sonora confortevole mentre il book let della serata viene compulsivamente aggiornato dagli strumenti digitali. Ognuno cura i suoi aspetti mentre sembra defilarsi l’idea di una trama ordita in comune. Addirittura, ogni esecutore si riproduce su un solo canale del fronte stereo, scelta discutibile che amplifica piuttosto il valore singolare di una performance che dovrebbe essere dialogo. Si suona fuori dal palco per motivazioni di adattività tecnologica. Poi, quando viene a mancare la tessitura, inizia il lavoro su un suono udito grazie alla sua amplificazione. Il filo della noia sembra cucire le relazioni musicali – colpa del mio grado di ascolto, di quelli che proprio non ce la fanno a farsi immersivi in contesti volutamente contemplativi: è che se non fosse per il rituale… ma arriviamo a diverse azioni che si fanno più urgenti, o almeno pressanti. Che belli i suoni, ma li ascoltiamo perché ci stuzzica come vengono prodotti o ci interessano e basta? No, perché sarebbe arrivato il momento di dircelo. Comunque, abbiamo capito che il silenzio proprio non appartiene all’azione performativa in atto, il cui andamento si deve a trasformazioni nel campo delle frequenze, della pressione sonora ma non nella portata del gesto. Poi tutto a un tratto si acqueta e quasi tace, gloria alla microfonia che ogni risonanza non porta via. Il ritmo di un timer conserva l’appeal delle nostre cene e pranzi, però si anima su uno stesso sfondo… e risulta esclusivamente aneddotico. Questa combinazione del suono in tempo reale pretende senza dare niente ed è quando arriva l’hang che mi sento preso proprio in giro perché il grado di ricerca si confonde nell’esotico addomesticato tipico occidentale. Bene così, oh. La musica del futuro sa di minestra riscaldata. Poi molto “alladdove” una altra inquadratura smarmella le frequenze intorno, più decise che non i suoni celestiali poco prima uditi. La cosa é che non sai manco quando finisce, st’azione: la riconoscibilità di una certa struttura musicale lascia la responsabilità dello spazio di gioco ad un esecutore attento quanto Pepe Reina sulla punizione di Viviani della Spal. Il pubblico non evita di spargere stupore intorno, a destra e a manca, ad occhi chiusi. Posso dirvi che c’è di peggio in giro, ma abbiamo ascoltato comunque una composizione che per farsi ascoltare è ricorsa poi alla violenza della pressione sonora senza ottenere quello che cercava. Il concerto evidenzia tutti i limiti di una musica che ha riportato al centro la visualità del performer a svantaggio della fedeltà dei diffusori. Mi metto dunque in pausa fino a quando non salgono gli Inhorep sul palco.

Se nel caso del duo l’uso di microfoni molto selettivi permette agli interpreti di “prelevare” caratteristiche inusuali dei suoni provenienti da strumenti tradizionali ed oggetti quotidiani a partire da cui i musicisti costruiscono algoritmi per manipolare il suono e creare eventi, sovrapposizioni melodie ritmi, il trio affonda le sue radici in ben altra pratica: Palmentiero, Pisano, Varchione praticano improvvisazione radicale/composizione estemporanea pur di interfacciarsi costantemente con il contesto in cui operano, modificando la propria performance per meglio situarsi nell’evento. Lo dimostra quel treno di impulsi fatto partire manco sono arrivati. Siamo su altre derive sonore, stavolta senza subitanei approdi. Troppe forze in atto in questa nuova esperienza che si fa massimale, non dozzinale. Diventa più evidente la forma improvvisativa che non si lascia abbindolare da facile entusiasmi. I suoni della radio diventano il cuore dell’azione: stabbene alla radio, meno a quelle alte frequenze che oltre ad intimidire portano inesorabilmente a tarpare le orecchie. Tutti suonano e sono contenti. Non dura moltissimo. E va bene così.

Saluto l’Asilo Filangieri in vico Giuseppe Maffei e me ne torno a casa convinto che il tempo reale, forse, ha tradito le sue responsabilità.

[Antonio Mastrogiacomo]

Autore dell'articolo: Antonio Mastrogiacomo

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