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Caparezza @ Palapartenope, Napoli (20 marzo 2015)

Caparezza @ Palapartenope, 20 marzo 2015Difficile contenere i pensieri, arginare l’entusiasmo, dopo un concerto-spettacolo così divertente e immaginifico, evoluzione ispirata del tipico “show” in qualcosa di nuovo ma di non pretestuoso. Non sono una fan di Caparezza… e con qualche riserva iniziale ho deciso di partecipare all’evento del Palapartenope di Napoli. Ho ascoltato, visto e analizzato. E alla fine, sono molti gli elementi che mi hanno piacevolmente incuriosito. Innanzitutto, la varietà del pubblico: dai bambini piccoli e sfrenati ai sessantenni che annuivano a tempo di musica. Giovani sudati e devoti allo scombino che andavano avanti e indietro, fan esaltati che non mancavano una parola e spoilerano tutta la scaletta, gente finita lì quasi per caso, che un po’ ballava e un po’ si guardava intorno.

L’organizzazione del concerto mi è parsa insolitamente efficace: il massimo della sorpresa, poi, è stato arrivare e non aspettare la solita mezz’ora prima dell’inizio del live. La band ha iniziato a suonare all’orario stabilito, alle ventuno e trenta, e non si è fermata per le due ore successive. Con mio sommo piacere, i volumi erano ben equilibrati e soprattutto contenuti: finalmente un concerto da ascoltare senza il timore di tornare a casa con le orecchie fischianti e la testa a pezzi… La serata perfetta, in termini di ambiente e spirito contingente… Poi è arrivato lui, il tizio con i capelli da Telespalla Bob e l’aria da dissociato (ancora sospeso tra la voglia di indipendenza e la speranza di piacere a tutti) con le sue canzoni e le sue idee un po’ sopra le righe. Ma tutti, fan o meno, hanno goduto di uno spettacolo irriverente e pedagogico, popolare e coinvolgente. Pieno di energia e passione. Probabilmente sto manifestando eccessivo stupore per elementi che agli amanti di Caparezza possono sembrare scontati, come ad esempio la costante interazione col pubblico, uditorio che è un eufemismo definire attivamente partecipe… ma ve l’ho detto, è il mio primo concerto di Caperezza!

 

L’artista è bravo a mescolare generi di sicura presa live e a dialogare con il pubblico senza appesantire lo show. E capita di rado. Di solito tocca assistere a musicisti logorroici e autocelebrativi che raccontano sciocchezze o danno in pasto alla platea adorante discutibili massime morali… oppure ci sono i gruppi che preferiscono sparare un pezzo dopo l’altro e dedicare ai fans giusto un paio di parole (“grazie e arrivederci” è ciò che accade nella media, diciamoci la verità), dando poco tempo di respiro e decantazione (e ciò non è dovuto a limiti linguistici in quanto è cosa molto in voga tra gli artisti italiani… due esempi che mi vengono in mente ora, a caso, sono Verdena e Afterhours, ma non sono casi isolati). Caparezza è invece un simpatico chiacchierone. Ha iniziato il suo spettacolo spiegando ciò che voleva mettere in scena: una sorta di viaggio nella storia dell’arte, con partenza dai geroglifici (re-interpretati ironicamente come liste della spesa o ricette) e arrivo intorno alla Pop Art (riproponendo se stesso vestito da “Campbell’s Soup”), passando per Impressionismo, Neoealismo, et cetera. Il concerto è stato pensato per coinvolgere proprio tutti: al di là della varietà dei brani proposti e delle pause chiacchierate, la scenografia era ricca – prevedeva uno schermo dove erano trasmessi interessanti video inerenti alle canzoni –, i travestimenti a tema molto teatrali e divertenti… Se l’arte è stata presa come spunto per arrivare ad alcune problematiche, non sono mancati spazi di riflessione dedicati all’attualità e ad argomentazioni pacifiste (ad esempio “Follie Preferenziali” e l’introduzione a “Comunque Dada”, secondo la quale nel movimento Dada si componevano frasi apparentemente senza senso ma che comunque avevano più senso di quella macelleria che era la Prima Guerra Mondiale)… Ed ecco il punto. Michele Salvemini cerca il compromesso tra analisi critica e sensibilità pop. Tocca questioni importanti ma sempre puntando a un livello medio e accessibile. Che questo sia un bene o un male non sta a me stabilirlo… Come al solito tutto va letto in base all’effetto finale, che in questo caso può dirsi felice.

Riguardo alla musica, il rapper di Molfetta si circonda di strumentisti professionali e affiatati. Non sono dei virtuosi e neanche dei campioni di personalità, ma accompagnano l’artista senza scomparire, facendo quello che devono, senza fare a gara a chi spicca di più. La conclusione del concerto è avvenuta in due tempi. Il primo, che ha determinato un calo di apprezzamento da parte della sottoscritta, è stata l’esecuzione di “Legalize the Premier”, la classica paraculata per compiacere chiunque (della serie “si, fra, hai proprio ragione! Diglielo tu che è così” e altri discorsi che tra i “fra” possono andare avanti all’infinito, perdendosi nella vuoto)… Il secondo momento, decisamente più significativo, è stato improntato invece sull’umiltà: dopo aver chiesto al suo pubblico perché lo ascoltasse, Caparezza ha lanciato simbolicamente il mondo “in mano ai giovani” con degli enormi palloncini sui quali era riprodotta appunto una cartina sulle note di “Goodbye Malinconia”.

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