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Adeste, fideles (de RCHP), laeti triumphantes. Venite Venite ad Capannelle(m)

Adeste, fideles (de RCHP), laeti triumphantes. Venite Venite ad Capannelle(m)Se qualcuno di voi nel leggerlo, lo avesse pure cantato, non mi sarebbe dispiaciuto. Possiamo misurare il clima da tempo dell’avvento anche quando ci troviamo ad attraversare quei mega-maxi-concerti-iper-auratici-per-eccellenza che animano la stagione estiva, su tutte quella dedicata all’intrattenimento e alla musica delle star. Vi racconto dell’ultima volta (in tempo cronologico e forse in assoluto?) dei RHCP in Italia, in quel del poste-pay Roma rock, stavolta senza token (cfr. stagione VI, ep. IV dei Simpson).

Anno del signore 2017, 20 luglio. Costi di prevendita pari al 15 % del biglietto e otteniamo la carta di imbarco che ci permetterà di vivere l’esperienza in oggetto: il concerto di Flea e compagni. Maya si è tolta il velo pur di farci toccare con mano un’organizzazione che non ha lasciato nulla al caso se non l’ingresso delle sostanze stupefacenti: quella sottile linea di confine tra una bottiglietta d’acqua senza il tappo e un 5 grammi di ganja si gioca tutta nel poterle vendere all’interno dell’area concerti. Ho visto gente mangiare hot dog a 7 euro, bere birre a 5 euro, acquistare acqua a 4 euro a litro. Ed essere felice comunque.

Ore 20. Iniziamo la fila. Ore 21 siamo dentro. Sono quelle condizioni da sabato del villaggio: l’attesa è più lunga della festa. Allo scrivente interessano più i moti che animano il pre ed il post concerto. Sorvolo le analisi e vengo alla gioia del lettore. La storia dei concerti di massa contemporanei sta nel loro implacabile esercizio di tempo-controllo. Start ore 21e30. Yes. Un solo di clarinetto degno delle urla di un pubblico in visibilio, onde simil-quadre che spazzano i fumi delle capannelle, la corsa della gente dal bagno chimico. Dura 3 minuti e fa da intro alla prima jam che vede duettare Flea e Klinghoffer. Ragazzi, non ve lo devo dire io che Flea è “nu mostr”. Quello che vi posso raccontare è di aver ascoltato un bassista che ha cambiato il nostro modo di pensare il suono del basso, un bassista che ne ha riscritto la storia, ne ha fatto comunione con il pubblico e che si attesta come tra i migliori di tutti i tempi per timbro, tecnica, gusto. Insomma, un ragazzo che si diverte e fa divertire, senza fare pipponi. Una piccola nota di regia vuole che Anthony stia sotto tono. Cioè, che ogni tanto piglia “na fella” con la voce. Oh, ci può stare. Alla fine il corpo si fa sentire, soprattutto a na certa, e dopo che ne ha passate tante tante. Può dispiacere, ma anche no: l’errore umanizza la star, il cui timbro resta ugualmente inconfondibile, anche live.

La scaletta dimostra una sola cosa: questi gruppi che hanno fatto la storia la devono cavalcare perché il pubblico sta là esclusivamente per farne esperienza, ascoltarla per una volta eseguita e non riprodotta. La lista della spesa la potrete trovare altrove: il mio compito non è riportarvela. Semmai dirvi che viene calibrata con una certa attenzione, ché momenti partecipativi si alternino a momenti più distensivi. La cesura la fanno schitarrate varie, dei soli di batteria, le cavalcate sul basso. Ed il pubblico che partecipa al karaoke, quando conosce i testi. Ad ogni modo, i ragazzi della California montano una scaletta che narra la loro storia, le loro influenze: non sono pochi i rimandi inattesi al passato e le emersioni del recente presente, mentre fa capolino ogni tanto una cover.

Finish alle 23. Ragazzi, quanto una partita di pallone. 90′ di puro agonismo. Il tempo di recupero si gioca nei bis, la cui funzione sta nell’acuire il rammarico del tempo inesorabilmente scorso. A differenza di una partita, la cui fine dispiega la foga dell’inizio, in un concerto potrebbe anche non esserci mai fine. I giochi finiscono, la musica mai.

 

 

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