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Visioni di Cody – Celestino

“Celestino”, come il nome santo scelto da sei papi cattolici (cinque ufficiali, tra cui l’ultimo immortalato e detestato da Dante, più un antipapa), o come un colore timido e stemperato, da cielo pallido o grembiulino scambiato. Questo è il nome dell’ultimo figlio dei Visioni di Cody, band romagnola composta da Leonardo Forcelli, Enrico Bellini, Enrico Mancini, Matteo Cavallini e Andrea Andrucci.

Pubblicato a ottobre scorso, il disco può essere ancora considerato attuale, cioè in promozione: febbraio 2017 è stato designato come mese adatto all’uscita del video de “La forza di mille uomini”… quindi ve ne parlo senza sentirmi in ritardo o fuori contesto. Non sono la prima e non sarò l’ultima, visto che l’album ha già ottenuto un numero considerevole di critiche, tutte più o meno positive e soddisfatte riguardo alla forza espressiva della musica e alle sonorità, che sono state mantenute “acerbe”. Acerbe… un aggettivo che, normalmente, non dovrebbe essere scelto o accolto come un commento positivo, ma qui si è inteso designare l’utilizzo della chitarra elettrica o, peggio, un vago riferimento alla musica punk – così, come se il punk fosse riducibile a effetti reattivi e calcolati, a limitazioni programmatiche o alla risonanza di due accordi, non necessariamente suonati a caso, già sentiti in un disco dei Ramones.

Se la musica adolescenziale deve necessariamente ridursi a un’idea passata, vecchia di vent’anni, chiusa nel dominio relativo al gusto dell’alternative rock, allora sì: le Visioni di Cody esprimono tendenze indubbiamente adolescenziali, in alcuni punti probabilmente e antipaticamente forzate. Ma è doveroso precisare che le sonorità di “Celestino” non sono concluse in un unico registro e, soprattutto, che non sono così facilmente riconducibili a un determinato periodo musicale. Diciamo che vagano tra trapassato, imperfetto e passato prossimo. Quindi, chi ricerca qualcosa di nuovo, cioè manifestazioni adolescenziali di vera e attuale adolescenza, farebbe bene a continuare la sua ricerca altrove, perché questi Visioni di Cody sono giovani particolari, di quelli che partono già anziani.

Al di là delle questioni cronologiche, “Celestino” è il risultato di un lavoro creativo messo su da persone con le idee chiare, che hanno ascoltato e studiato sia i classici che la roba più attuale, ossia ciò che funziona e gira da almeno un decennio in ambito indie.

Nonostante la millantata vena “punk”, la maggior parte dei brani sembra rivolgerisi al modello della chanson à la Serge Gainsbourg (“La forza di mille uomini”) o a interludi synth-pop post-punkizzato (che nel panorama attuale fanno subito pensare a I Cani, come in “A celeste non chiedere quando”). “Bravi, giovani, cannibali” appartiene indiscutibilmente al calderone indie dei primissimi Arctic Monkeys; “A prova di stronzo” può incontrare l’apprezzamento dei fan dei Franz Ferdinand.

Se proprio vogliamo parlare del lato punk della faccenda, “Celestino” vira su dinamiche da punk-rock anni ’90 grazie a brani come “Giusto fra le nazioni”, “Il mondo salvato dai regazzini” e “NONPARNONONRESTO”. Pezzi diretti ma non virili, energici ma non aggressivi, che sembrano voler emulare la sintesi punk-pop italiana dei Tre Allegri Ragazzi Morti, anche se qui la voce non ha i limiti né la poetica fragilità del canto annoiato che ha fatto la fortuna della band friulana. I Cody curano maggiormente le armonie e prestano più attenzione alla resa tecnica generale.

Ciò che si nota con piacere in tutto l’album è che nulla sembra lasciato al caso: synth curati si alternano a fasi squisitamente e precisamente low-fi. La musica è abbastanza tesa e organizzata, ben suonata e prodotta, e questa cosa porta l’ascoltatore a non fare necessariamente attenzione al testo.

“In un mondo che ci obbliga all’eccellenza, fare schifo è un gesto rivoluzionario” è il motto del gruppo. È il caso di dire, allora, che hanno toppato alla grande.

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