U BIT – Tales for Digital Bodies

U BIT - Tales for Digital BodiesU BIT è il nome del progetto di synth-rock messo in piedi da Giuseppe Vitale (voce), Claudio Buondonno (basso), Alessandro Messina (chitarra), Matteo Postorino (tastiere) e Paolo Meneghini (batteria). Una band nata tra La Spezia e Reggio Emilia, e con all’attivo già un EP, “Humans Outer Space”, in cui prevalevano tendenze spiccatamente rock. Ma con l’album lungo gli U BIT hanno provato ad allargare le loro prospettive musicali investendo un po’ di furbizia e di sano cinismo. Perché non metterci dentro un po’ di elettronica? Perché non vivacizzare il sound puntando sul ritmo e su arrangiamenti più contemporanei ma comunque velati di fascino vintage? Si sa che ormai l’electro contamina ogni aspetto delle nostre vite. E chi vuole vivere a contatto con il proprio tempo deve farci i conti, e magari guadagnarci qualcosa… L’album “Tales for Digital Bodies” è proprio quello che si propone di essere: undici brevi racconti su come si vive oggi, focalizzando l’attenzione non tanto sulle reazioni delle menti quanto sull’importanza delle apparenze fisiche e dei corpi, come argini di umanità contro il rischio di spersonalizzazione imposto dal domino digitale e dalla potenza tecnologica. Dopo una partenza che ricorda gli ultimi Radiohead mischiati ai classici Depeche Mode (“Ut”; “Just A Piece”), il disco trova una direzione di efficace contaminazione di istanze synth-pop, new wave, indie rock e sperimentale strizzando l’occhio a sonorità non distanti dalla poetica new-industial dei Nine Inch Nails (“No Other Name Left”) o a effetti atmosferici creati con tappeti sonori e incastri ritmici molti prossimi alle soluzioni tonali delle ultime composizioni digitali di XXYYXX. Torna in mente anche il pop tastieristico anni ’80 dei Tears for Fears e dei Talk Talk, poi si respira un po’ di presunzione artistica figlia dello studio degli Alt-J.

La buona riuscita del lavoro si deve sicuramente a un impasto sonoro costruito, ricercato, curato e portato avanti con gusto. Non mancano linee di basso intelligenti e massicce; funziona l’alternanza di batteria acustica ed elettronica con tanto di sedicesimi che riescono sempre a far drizzare le orecchie. Discreto è anche il lavoro dell’effettistica, appartenente a linguaggi ormai ben noti e logori ma mai fuori posto. Lo stesso si può dire per le voci, elemento presentato in varie salse e rispettando a pieno un ipotetico galateo del genere.

Gli U BIT hanno scelto di associarsi al movimento electro-pop alternativo, quindi non rinunciano a un minimo di ricerca e di sperimentazione. Non pretendono di arrivare a tutti attraverso facili richiami EDM, né si nascondono dietro interminabili canzoni in cui c’è un sottofondo iper-minimale e un filo di voce con testi esistenzialisti. Gli U BIT hanno scelto di dare corpo ai propri pezzi mediante stratificazioni di suoni mai eccessivamente statici. E il gioco funziona.

Certo, la tensione dei corpi intesi come unica speranza di vita da contapporre a un’avanzata, inesorabile e cattivissima tecnologica si esprime attraverso armonie e ombre che generano toni malinconici. Nonostante ciò si tratta di un lavoro godibile per quasi l’intera durata dell’album, pieno di forza creativa e di vivacità. Un’opera non da relegare necessariamente nella serie di dischi da ascoltare quando fuori il mondo appare brutto e cattivo. “Tales for Digital Bodies” racconta forse una presa di coscienza meno stupida e superficiale del previsto: questa musica analizza ed esprime il mondo per così com’è, negli accenti positivi e negativi della realtà attuale, testimoniando cose più profonde e altre più sciocche, ma offrendo sempre uno spaccato sincero, al punto giusto tra il biografico e un’opinione espressa senza la pretesa di voler essere verità assoluta e insindacabile.

 

 

 

Autore dell'articolo: Ambra Benvenuto

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