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Scuorn – Parthenope

Black metal in napoletano (e latino)? Si può fare, ma solo se si ha talento e faccia tosta. Come succede al progetto Scuorn. Che in realtà è una one man band, del solo Giulian che si occupa di tutte le parti strumentali e vocali (e arrangiamenti orchestrali), a parte qualche special guest da parte di nomi molto importanti del metal nazionale (Riccardo Struder degli Stormlord, Daniele “Ogre” Cristiano dei NoFuck, giusto per citare qualcuno), nonché collaboratori di prestigio dietro le quinte.

Detto senza troppi fronzoli: questo è uno dei dischi metal italiani più coraggiosi e interessanti che mi sia mai capitato di ascoltare negli ultimi tempi. Perché non è la solita copia ottusa o riproposizione presuntuosa di stili e band estere, perché non sperimenta per il solo gusto di sperimentare e trasgredire il noto, perché trova un senso nella commistione tra folk, epic, black e dialetti locali (cosa già fatta da tante altre band, ovviamente, come gli Agghiastru dalla Sicilia, i bolognesi Malnàtt, ma non sempre con stile e coscienza). Il lavoro sfiora un livello di potenza e ferocia che rimanda a nomi di spicco della scena epic black metal scandinava, quali Emperor o Dimmu Borgir, e non teme neanche troppo il confronto, visto che parliamo di un disco consapevole, centrato e culturalmente sistemato.

Invece di scadere nei clichè del finto satanismo tutto rutti, bestemmie, sangue buttato e facce da panda, il gruppo dimostra che il black metal può essere un genere serio e pieno di inventiva se ci si mette d’impegno. I brani, cantati in napoletano e latino, raccontano storie misteriose e affascinanti tratte dalla tradizione campana pre-cristiana (parliamo di sibille, sirene, Ulisse, eruzioni del Vesuvio, Virgilio), il tutto usando anche strumenti tradizionali partenopei e strutture che richiamano la tarantella e generi dell’Antichità. Insomma c’è un minimo di ricerca etnologica, un accenno di visione storica, seppur un po’ confusa. Ma qui non conta la fedeltà scientifica o la profondità antropologica. Contano le suggestioni, che appaiono vincenti. Come succede con il tradizionale folk black metal norvegese di gruppi quali Bathory e i già nominati Emperor, che pur banalizzando la tradizione norrena e vichinga riescono a creare un’atmosfera credibile e affascinante.

Eccovi un disco complesso, impressionante, da ascoltare a ripetizione per godere delle tantissime e stratificate sfumature. Una produzione e una scrittura di livelli altissimi, un artwork quasi perfetto. Dieci brani che resteranno nella nostra mente, grazie a testi curati e ben incastrati in musiche spettacolari.

Nella versione speciale, il disco è accompagnato da un cd extra con le versioni orchestrali strumentali dei brani, ed è un’esperienza che consiglio.

Napoli non è solo neomelodici e posse. Come in passato, la città può tornare ad allevare realtà impreviste e interessanti. Sono sicuro che in futuro si parlerà di questo disco come di un must del metal italiano, chissà che non apra la strada a un intero nuovo filone musicale.

 

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