Movie Star Junkies – Son of The Dust (Outside Inside / Wild Honey, 2012)
Li mettiamo tra gli emergenti, ma emergenti non lo sono. Anzi… Però stanno meglio qua che altrove, e poi a chi dobbiamo dare conto? Facciamo un po’ come ci pare!… “Son Of The Dust” dei Movie Star Junkies è un bel dischetto che esce per la Outside/Inside Records. Un album alcolico e maledetto, dominato da sonorità calde e umidicce, ancora molto nickcaveine, soprattutto vocalmente. Il risultato produttivo è più rilassato nei ritmi e nelle strutture rispetto ai precedenti della band ma anche più maturo e inspirato.
Canzoni romantiche (nel senso letterale e letterario del termine) registrate in campagna, nella provincia di Cuneo. Idee blues-rock sviluppate con attitudine da postpunksters, macchiate dal Folk, dal Gospel e da un gusto che contamina murder ballads ed elementi pop sixties. I suoni più sporchi sembrano studiati dal trotto dei cavalli pazzi di Neil Young, quelli d’organo riprendono le arcane fascinazioni melodrammatiche di The Doors et similia. I cori à la “The Good Son” sono la regola e il tratto distintivo delle canzoni, che ricercano buone melodie su dinamiche armoniche semplici ma efficaci. La chitarra suona fantastica in “In An Autumn Made Of Gold”, specie in overdrive. Un Soul su scale blues marcio e corrotto da uno spirito Rock primitivo, doppiato più tardi dal R’n’B bianco di “The Damage is Done”. Meno affascinanti gli episodi di maniera e troppo legati al modello (sempre Nick Cave) d’ispirazione come “Cold Stone Rose” e “A Long Goodbye”. Carino il discorso horror-catartico di “How it all Began”.
Il cantante Stefano Isaia, nonostante gli evidenti sforzi, pare ancora un nicola-caverna-torinese-finto-cortese. Si sente che si sfonda di Cave-Cohen-Waits (e che male c’è?) e che non ci prova neanche a modulare su altri livelli le sue corde vocali. Batteria e basso sono stereotipati e prevedibili, ma funzionali. Come accennato, aiutano i cori e gli interventi di Nathalie Naigre, Marie Mourier, Federico Zanatta (Father Murphy) e del tastierista Michele Guglielmi (oAxAcA), che portano colore, vitalità e contrasto. Comunque il disco è discreto, suonato con stile e con buone canzoni. Cose che garantiscono la sufficienza e anche qualcosa di più.












































