Last Stroke – Ashtray

Last Stroke - AshtrayDue chitarre, basso, batteria e voce. I Last Stroke sono un giovane gruppo di Rubiera, Reggio Emilia, ispirato da modelli e umori post-grunge e reminiscenze hard rock, cose tipo Nickelback, Foo Fighters e Alter Brige, per capirci…

Melodia e  schitarrate distorte e polverose dunque, attenzione formale per la scorrevolezza dei brani affiancata da strutture incattivite e liriche cariche di disagio, malinconia e rabbia sociale (in inglese). E questo “Ashtray” è il loro esordio discografico, uscito su Insomnia Records.

Leggo che nonostante abbiano in media meno di venticinque anni, il gruppo suona in giro da un bel po’. Fanno concerti, girano l’Italia e hanno già avuto le loro piccole soddisfazioni aprendo a settembre 2012 il live di Pete Doherty. Hanno infatti appeal e facce giuste, idee abbastanza chiare e un sound ben congeniato, capace di incontrare il gusto di un certo pubblico senza prostituirsi in direzione sfacciatamente commerciale. Fossero nati americani, o almeno d’oltralpe, avrebbero magari già incontrato maggiore successo. Ma sono italiani e il loro grunge-pop da camionisti con velleità modaiole, o da modaioli con l’animo da camionista, tirato a lucido e affilato a maniera, si porta dietro tutti quegli handicap strutturali tipici della produzione e del progetto marginale. Il mercatino indipendente li snobberà come prodotto troppo commerciale e poco originale. Il grande pubblico li terrà a distanza per la lingua inglese e i messaggi poco accondiscendenti. Già la copertina, con un bifolco metallaro carcerato che aspetta di essere tradotto in una cella di isolamento o peggio ancora di essere fritto sulla sedia elettrica (come suggerisce il brano “Electric Chair”) non è quella che si dice un’icona di richiamo. Anche qui lo stesso discorso: troppo superficiale da un punto di vista, troppo grottesca e dura per l’altro punto di vista.

Si parte con “Dirty Slave”, che mette subito in campo pregi e limiti della band, un grunge stradaiolo tra American Hi-Fi e Creed. L’arrangiamento è giusto, la rabbia ben diluita, ma la voce non riesce a farsi trascinante e pungente come dovrebbe. In “Moon” si rifanno i Nickelback malinconici e romantici da classifica. I brani mancano certo di originalità e suono incisivo, ma nascondono una certa freschezza. I pezzi meno duri come “Pure Fun” e “Se7en” potrebbero per esempio passare agevolmente su Virgin Radio o stazioni simili.

Vedremo cosa ne sarà di questa band. Sono giovani e l’età gioca a loro favore. Suonando dal vivo e mettendo a punto affiatamento, suoni e ampliando la gamma espressiva, potranno donarci negli anni qualcosa di decente.

Autore dell'articolo: Giuseppe Franza

cose che mi piacciono: cocacola, nietzsche pre-crepuscolo degli idoli, sonic youth, goleador (alla cocacola), céline, mario bava, controriforma, hegel, le anime morte, penne staedtler permanent, giambattista basile, segnalazioni cinematografiche del centro cattolico, the stooges...

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