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Il Giunto di Cardàno – KADÌMA

A Il Giunto di Cardàno, trio foggiano al primo disco lungo, piacciono i Verdena. E forse piacciono anche un po’ i Kyuss, gli Spiritualized, i Soundgarden e i Pink Floyd, ma mai quanto i Verdena. Questo perché, evidentemente, anche loro sono vittime di quell’oscura e nebulosa sovrastruttura estetica che continua a contaminare lo spirito giovanile creativo di molte regioni d’Italia, coinvolgendo le menti e la vanità degli esordienti amanti del rock alternativo prima nel fanatismo, quindi nell’ingiustificata speranza di poter replicare la proposta musicale e poi la carriera degli idoli Verdena. Si narra che un antropologo con dottorato sull’opera di De Martino sia partito anni fa per un viaggio di studio nel Sud Italia proprio per comprendere e censire il comporamento di questi tanti, troppi giovani gruppi emergenti che pubblicano demo, ep e dischi tentando di rifare i Verdena. Ha raccolto dati e documenti sconcertati, collezionato prove etnologiche e registrato chilometri di nastro, con discussioni e confronti diretti con individui e gruppi di ribaldi chitarristi, batteristi e bassisti superstiziosi, totalmente scollegati dai sistemi di giudizio e valore vigenti nell’attualità convenzionale. Figli di un’alterità extratemporale, valvonauti in perenne e sfibrata estasi, patologicamente orgogliosi, convinti e gelosi della loro condizione di autoesclusione tribale. Nonostante tali preziosi e rari rinvenimenti, la sua indagine non ha portato a nessun tipo di tesi o di diagnosi scientifica. E il mistero rimane tale. Anzi, pare che il ricercatore non sia mai più tornato in dipartimento e che ora vaghi in una sala prove della provincia di Potenza cercando di inviare cd masterizzati all’Arezzo Wave e ad altre manifestazioni che non contano più un cazzo dal 1998. Anche lui folgorato dalla malia verdeniana.

Può darsi che il povero antropologo abbia anche avuto a che fare con Il Giunto di Cardàno. Questo non potremo mai saperlo. Ci piace però immaginare di sì. Perché sarebbe stato interessante… La band foggiana appartiene infatti a un caso particolare, come declinazione più consapevole e più matura, dunque culturalmente meno primitiva, della suddetta nefanda sovrastruttura verdeniana… Rappresentano un caso limite, o come si usa dire: borderline.  In pratica i musicisti del trio sembrano in qualche caso riuscire svincolarsi dal modello iniziale e a superare il vincolo dell’emulazione, producendo anche suggestioni interessanti e originali di rock psichedelico e di alternative fumoso. Purtroppo non essendosi, per volontà o determinismo, mai confrontati con generi più adeguati alla propria espressività (tipo lo shoegaze, o il folk-psichedelico), almeno otto volte su dodici ricadono nel tranello dell’esasperazione sentimentale, dell’opacità concettuale e della vaporizzazione sonora tramite delay e gain, come suggerito dal solito cattivo esempio perpetrato dai numi Ferrari.

Comparando tale fattispecie di mania ad altre forme di alienazione superstiziosa e di atavismo pagano poi superate grazie al tardivo avvento del razionalismo moderno da molteplici gruppi etnici dell’Italia rurale, possiamo sperare che un giorno, magari vicino, anche il trio foggiano saprà guarire dalla propria malattia e finalizzare al meglio i punti di forza dimostrati, a tratti, direbbero loro “A(t)tratti”, nel loro primo disco “KADÌMA”. Parliamo dell’uso trasversale delle tastiere liquide, dell’impegno armonico, compositivo e produttivo che viene fuori dalla registrazione, della levità tonale e melodica delle liriche più romantiche ed esistenziali (“L’amore al tempo dell’erasmus”, “Souvenir”), della dinamica hard rock di certi riff semplici e pervasivi (“YEZ!”), della bella voce del cantante e degli affondi più rumoristici e astratti costruiti con effetti non scontati di chitarra, programming e synth. Ma per evadere dal sistema di occlusione morale e psicologico ci vuole una cura. Un esorcismo adatto e potente, che scacci una volta per tutte il vecchio demone verdeniano. 

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