Heavy Stone – Black Magic

Nome della band scontatissimo. Nome dell’album, peggio. Sound bloccato nella rigida casella d’intersezione dell’ascissa stoner e della coordinata hard rock. Riferimenti testuali soliti. Dinamiche già sentite, sperimentate e copiate almeno quattordicimila volte. Questo trio israeliano denuncia scarsa fantasia, ma poco conta. L’ennesimo dischetto sul filone stoner/doom/psych noi lo accogliamo sempre con benevolenza e siamo disposti a perdonare certe mancanze di stile o di originalità se gli interpreti suppliscono con passione diretta e saccheggiando (con rispetto) nel giusto repertorio. Perché a copiare sono buoni tutti. Dipende poi cosa copi e come lo copi.

Gli Heavy Stone si allacciano agli ultimi dettati della scuola di Palm Desert (Monster Magnet e Fu Manchu), poi si sanno anche aprire a cose più estreme (Sleep) o più morbide (Nebula), a seconda del momento e dell’operazione da sviluppare, cercando sempre di non lasciarsi soffocare dall’istinto di saturazione o reiterazione. Ci vanno piano, anche quando vogliono andarci forte. E in un certo senso fanno bene, perché la loro forza sta nella gestione delle fragili armonie e nel contrasto tra qualità melodiche e virilità del riff trascinato durante il brano. La registrazione è di qualità, la perizia tecnica e la forza espressiva del chitarrista è indiscutibile. Girano bene anche basso e batteria. Le cose migliori accadono quando la band si concede esecuzioni psichedeliche e jammate, più varie dal punto di vista dinamico e più sfumate in senso tonale (“420 Guide” e la finale “Orca”).

Non c’è neppure un pizzico di magia nera in queste canzoni, ma c’è la voglia di suonare duri e oscuri. Non scabrosi, né morbosi: per quello bisogna prima rovinarsi la vita o le cervella.

Autore dell'articolo: La Giustizia

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