Giubbonsky – Storie Di Non Lavoro

Giubbonsky è un giovane cantautore italiano, al suo primo album solista (“Storie Di Non Lavoro”)… in pratica un ossimoro vivente. Come si fa, infatti, a essere giovani e a impegolarsi in quella vetusta e ingombrante tradizione chiamata cantautorato italiano? Sappiamo che produrre musica di questo tipo significa confrontarsi con un’estetica, fortemente autoreferenziale, di lamenti esistenziali, invettive politiche e sistemata ideologia più o meno datata, o meglio riferibile a modelli contenutistici e formali abbastanza rigidi che agiscono nello spazio esistenziale confinato tra lirismo decadente alla De Andrè e l’ironia alla Rino Gaetano, tra la pesantezza storico-moraleggiante di Guccini e le pose maudit o zingaresche di Capossela. È quasi impossibile evitare di ricalcare certe influenze e certi suoni e la maggior parte delle volte questa caratterizzazione finisce per essere pregiudicante e controproducente per i musicisti, per la loro creatività.

Il cantautorato è una garanzia o un marchio d’infamia che lascia poca libertà e alimenta sospetti. Una piattola, dissero gli Squallor:  “De Gregori, Guccini e Branduardi, Eugenio Finardi, Endrigo e De Andrè… Quante belle serate in allegria a far chiasso e far tardi, piattola mia. Piattola non andare via” (“Sfogo”, tratto dall’album “Pompa”). Ma Giubbonsky ha coscienza musicale e abbastanza gusto per gli arrangiamenti e cerca di svecchiare il suono dei suoi brani con una buona dose di ritmicità e di dinamismo strumentale. In prospettiva Pop funzionano quindi i sax e le fisarmoniche su alcune tracce e le ben orchestrate tastiere: il nostro musicista, con un lavoro volto alla semplicità e alla “divulgazione”, non va a fossilizzarsi nel folk e in forme stereotipate come ballate pseudo-beat o pseudo-jazzeggianti.

Per quanto riguarda l’aspetto tematico, naturalmente in primo piano rispetto a quello musicale, Giubbonsky si propone come nuova voce di protesta o di denuncia. Le sue “Storie Di Non Lavoro” riguardano appunto la disoccupazione, in primis, analizzata in prospettiva sociale ed esistenziale, in ottica politica ed “epicurea” (ribadita nella belligerante “Carpe Diem”), come problema e soluzione, ossia come critica agli ideali funzionalistici e consumistici della contemporaneità a cui l’autore reagisce con un secco “Non Lavoro”. Tutt’intorno prendono vita racconti e ragionamenti ispirati alla quotidianità, alla jungla metropolitana (milanese), ai problemi sociali dell’individuo giovane, angosciato tra precarietà e pericoli, paure e incertezze.

Giubbonsky crede al “popolo” e alla “rivolta”, rievoca e mitizza un passato di proteste e di coscienza politica, ricorda Luca Rossi (http://www.luca-rossi.it/2011/hdoc/storia.html), vittima della violenza dello Stato, i disagi del popolo Rom (“Terra Perduta”) e la stagione dei centri sociali occupati (in “Senza Acqua” canta  il destino del C.s.o. Cascina Torchiera a Milano). Giubbonsky è un ibrido tra la militanza di Guccini e la rima baciata di Povia (!!?), ma questi slanci colloquiali aiutano a rendere il prodotto meno pretestuoso e serioso. C’è anche personalità dietro il lavoro da musicista e ispirazione tra le parole dei testi, al di là del limite generale della sistemazione strutturale e poetica in cui il tutto si muove o si adagia. È importante che ci sia chi ha il coraggio di affrontare temi di contemporaneo interesse attraverso una prospettiva meno ovvia o ufficiale, ci vuole coraggio, perché come vedete è facile storcere il naso. Per chi fosse interessato ad approfondire queste tematiche e la musica di Giubbonsky ecco a voi il suo myspace: www.myspace.com/giubbonsky.

Autore dell'articolo: La Giustizia

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