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Fitzcataldo – ep

I Fitzcataldo sono un power-trio milanese formato da Lorenzo Galbiati (voce e chitarra), Stefano Redaelli (basso e cori) e Claudio Rei (batteria). Alla fine del 2016, hanno pubblicato questo ep senza titolo, che è la loro seconda prova di studio dopo l’esordio “Fitzcataldo & the Trivettes”.

L’atmosfera invernale non si rivela come la circostanza ambientale piu adatta per affrontare o accogliere gli umori espressi dal dischetto. Sarebbe più giusto riprendere questo ep tra qualche giorno, in primavera, date le suggestioni tenui e sempre sfumate dell’album, tutte intrise della malinconia sopportabile e poeticamente piacevole, tipica delle giornate che precedono i mesi più afosi dell’anno.

“Fitzcataldo” è un lavoro che non pretende di mostrarsi come innovativo ma che, in qualche modo, è realmente rappresentativo del valore della musica indie dell’ultimo ventennio: una musica concentratissima sulle tonalità e gli effetti apparenti, un’estetica fissata col riesumare quelle che erano le reali novità inseguite dal pop nel secolo scorso per inglobarle in uno stile di mediazioni ed estetizzazioni marginali, che nel migliore dei casi riesce ad acquisire un proprio senso.

Quest’ultima considerazione scaturisce anche dalla presa visione della curatissima immagine della band. I Fitzcataldo inseguono un look che richiama la moda degli anni ’60 e ’70, quando tutto era stranamente “cool” pur senza coscienza o calcolo ed era assai facile sembrare anticonformisti o maledetti (bastava una posa, un movimento eccentrico, un gesto sensuale, tipo strusciarsi sul cofano di una macchina per poi buttare all’aria un registratore di cassa: il supporto video è disponibile alla fine di questo articolo). Ma sono lontanti, in tutti i sensi, gli anni d’oro del rock e dell’ideologia giovanile, quando era prima di tutto doveroso essere wasted ma con eleganza. Insomma: ormai l’industria culturale non può più pretendere di dettare mode o interpretare il sentimento di una generazione, ma deve guardare alla moda e ai grandi numeri offerti dai like dei giovani per tentare di riuscire a sopravvivere.

L’ep è musicalmente inattaccabile, è un prodotto ben pensato e ben fatto, di cose dream-pop quasi alt-rock: voci e chitarre sono quasi sempre brillanti, pulite, precise come effetti pubblicitari, curate nei minimi particolari; basso e batteria suonano essenziali e funzionali – forse in alcuni momenti i loro contributi risultano talmente contenuti da sembrare piatti. Tra i quattro brani, quello che si distingue di più è “Scent of the Spring”, in cui si ha finalmente l’impressione di ascoltare qualcosa di sincero, di aperto e non freddo, cioè non confezionato ad hoc.

I Fitzcataldo puntano quasi tutto sull’apparenza. E non è un fine immorale o disprezzabile. Però vogliono anche suggerire una volontà contemplativa. E questo non va, perché si tratta di una grandissima falsità. Il loro movimentato e dolce sottofondo di sogni rock è destinato ad attirare l’attenzione di ascoltatori giovani ma legati alla storia più vecchia del pop. I componenti della band non disdegnano un confronto con le ultime tendenze pop-rock, ma sembrano un po’ intimoriti dalla possibilità di abbandonare del tutto la forma istituzionalizzata e sicura del passatismo.

 

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