Der Noir – A Dead Summer
L’etichetta “Cold Wave” è assai sfuggente. C’è quella originale, di matrice francese, che ha a che fare con la New Wave più dark e urticante, figlia di una lettura mitologica di “Closer” dei Joy Division e in particolare del sound creato da Martin Hannett, storico produttore dell’epoca; e poi c’è la cold americana, vicina alla produzione industrial di band come i Nine Inch Nails. I Der Noir hanno studiato e si dirigono verso un’interpretazione molto filologica dell’originaria scena francese, quella di Baroque Bordello, Asylum Party e, quindi, più indirettamente, di Bauhaus e Siouxsie & The Banshee. Diventa così abbastanza facile immaginare il contenuto di questo dischetto, intitolato, per l’appunto, “A Dead Summer”.
Roma è una città dalla forte tradizione dark, non deve quindi preoccupare l’ostentata depressione che l’album insegue e raggiunge con le sue nove tracce. Anzi, all’interno del genere, il prodotto ha un suo perché, e pur non eccellendo per originalità o brillantezza, dimostra stile e visione. Il gruppo è composto da Manuele Frau, alla voce, Manuel Mazzenga, alla chitarra e al basso, e Luciano Lamanna, responsabile della drum machine e della direzione dei cupi incubi tastieristici. Produzione e promozione sono a carico della neonata RBL Music, che coraggiosamente parte con un prodotto ben caratterizzato e sicuramente non troppo commerciale.
L’intro “Private Ceremony” è un buona dichiarazione di intenti: Post-Punk rallentato e sepolcrale, contaminato da elettronica wave davvero incisiva. Vale a dire, semplice, senza orpelli, né forzature temporali (futuriste o passatiste). Il cantato riesce a ricreare le atmosfere gotiche della migliore tradizione britannica, chitarra e tastiere volano come venti freddi sul terreno sintetico, caricandolo di polvere, di riverbero ed effetto flanger. I brani successivi (“Done”, e la litfibiana “Lontano dalle Rive”) non riescono a conservare il tenore e le soluzioni timbriche raggiunte dalla prima traccia, ma l’album riacquista quasi immediatamente valore con “Stranger’s Eye”, un bel colpo pseudo-industriale a là Cabaret Voltaire. In “Another Day” il lavoro melodico si fa più coraggioso e dance-oriented. Con “Cosa Vedo” il basso lavora flemmatico per dare impalcatura e passo a una dilatata ballata cantata in italiano (si intuisce qualcosa di Garbo e dei Diaframma, naturalmente), penalizzata forse dall’insistenza di feedback mal calibrati. Il brano “Dead Summer” riesce a ricreare un’interessante mix tra Urban Verbs e atmosfere shoegazing. La finale “Clouds of ’86” è costruita su un frame di chitarra straniante e narcotico, che con gelido espressionismo trasmette tutto il senso e l’angoscia richiesti dal genere e dai fan del genere. Certo gli anni ’80 sono finiti e si spera anche l’interminabile revival di questi ultimi quindici anni (nostalgia canaglia!), ma molti sono ancora gli affezionati di questo suono oscuro e minimale, e nuove generazioni si convertono al cerone e alla lacca. Per questo i Der Noir troveranno sempre a chi dedicare i propri brani. Come dire che cantando di estati morte non si corre il rischio di risultare stantii: seppure muore una stagione, loro saranno pronti a musicarne il requiem. Nel tempo, edax rerum, il divoratore delle cose.







































