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Charlotte Bridge – ep

Il nome Charlotte Bridge mi fa pensare a un personaggio disadattato e pieno di turbe di qualche romanzo sentimentale di metà Ottocento o al nome d’arte di qualche sfortunata attricetta americana da telefilm pomeridiano. Mi suona familiare, mi comunica un disagio che mi mette subito a mio agio. Quasi mi sprona a entrare in confidenza con il soggetto di questa recenzione. Ma, prima sorpresa, non stiamo parlando di un’artista di cultura anglosassone. La cantautrice è una ragazza nata in Italia come Stefania Salvato, poi emigrata in Lussemburgo e ribattezzatasi Charlotte Bridge in omaggio a un luogo simbolo della sua nuova patria. Sappiamo che la Salvato ha suonato con i Talk to Me e che è reduce da una collaborazione con Edwin Aldin (il disco si chiama “Fear, Hopes and Maps”). Sappiamo anche che il nome d’arte, seconda sorpresa, rimanda a un ponte del Lussemburgo (Charlotte è la granduchessa) famoso come uno dei luoghi più amati e frequentati in Europa dai suicidi.

Il suo esordio discografico solista, cinque tracce suonate con l’ausilio di chitarra, synth e drum machine, è un ep senza titolo zeppo di melodie tristi ed evocative, collegate al gusto pop più rarefatto e ricercato, a certo folk sognante e al rock dolce e depresso di matrice dark. Tutto ciò, naturalmente, fa di Charlotte Bridge una musicista collegabile al fenomeno dream-pop. Da “Now, now” a “Deadline” c’è soltanto spazio per la malinconia, c’è solo tristezza, come una densa e avviluppante nuvola di quieta disperazione in cui fluttuare, o un bagno in un distillato di dispiacere di cui è intrisa ogni singola nota. Posto questo, il lavoro cerca di muoversi in diverse direzioni estetiche, rievocando le chitarre degli Smashing Pumpkins, i beat ovattati di Lorde, melodie dei My Bloody Valentine e la poetica slowcore di Cat Power. Si possono quindi richiamare nomi pop e rock di un certo calibro.

Il dischetto di Charlotte Bridge merita sia per la qualità di scrittura dei brani che per la timbrica dell’interprete. È quasi un sollievo confrontarsi con un tono del genere, allontanarsi da quelle voci esageratamente stridule tanto in voga negli ultimi anni (tipo Lauren Mayberry). La voce di Stefania Salvato non suona strana, né rara. È il modo di cantare a fare la differenza. Lo stile profondamente intimistico e le parti quasi sussurrate costringono l’ascoltatore a concentrarsi e a partecipare sentimentalmente alla fruizione. Si sente il cuore. Anche se batte lieve e si nasconde.

In conclusione, la carta vincente calata da Charlotte Bridge è la semplicità. Il suo è lavoro di intimismo e ricercatezza non indugia nella contemplazione né si perde nel tormento. Resta in bilico, ma senza sbilanciarsi. Charlotte non se la sente di abbandonare il confortante schema di sicurezza suggerito dal modello dei prodotti radiofonici. Insomma qui si rimane sul ponte a guardare in basso. Ma senza alcuna voglia di gettarsi.

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