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Big Whales – Bubble Blower

I Big Whales sono un trio di Teramo. Nonostante si tratti di un gruppo di amici che suona insieme dal 2014, il loro album di debutto ha visto la luce solo un mese fa, a febbraio 2017. Questo lasso di tempo non deve far pensare a un lavoro svolto lentamente, magari chiusi in sala prova a cercare un suono o affinare l’amalgama tra i componenti. Nel frattempo hanno partecipato a festival del calibro di Collisioni e Arezzo Wave (sì, c’è ancora, evidentemente, chi crede di poter sfondare partecipando a manifestazioni simili).

L’album in questione si intitola “Bubble Blower” e loro lo spiegano così: “il disco nasce dall’esigenza di raccontare storie di natura personale avvalendosi di una scrittura diretta ed efficace”. E ciò che stupisce sin da subito è proprio la loro chiarezza di idee, la sincerità messe in campo dal trio, che inevitabilmente riesce a esprimersi anche nella musica prodotta.

Ricercando dettagli su internet, c’è chi parla di un disco di canzoni blues. Ora: chi chiama in causa il blues non vuole certo riferirsi al sistema musicale tradizionale in dodici battute, ma intende forse sottolineare il legame della band con suoni puri e caldi, di rock essenziale e passionale. Effettivamente, i Big Whales non vogliono stupire con cose inaudite e ultracontemporanee, tuttavia si apprezza lo sforzo di esprimere qualcosa di proprio nella consapevolezza di appartenere a un filone già ben consolidato e con il quale non è facile confrontarsi. Più che al blues, i Big Whales appartengono a quel calderone senza fondo che è l’alternative rock… una coppia parole che ormai vuol dire tutto e niente. In fondo non è neanche più tanto chiaro quale sarebbe il rock di cui si ricerca un’alternativa.

Dopo aver appurato la bontà, l’onestà dei Big Whales, che dimostrano almeno l’umiltà di non raccontarsi e non raccontare cose fuori dal mondo, chiamando per esempio in ballo altre definizioni abusate come “avanguardia”, “sperimentale” o “art”, va riconosciuto loro un certo gusto storico. S’ispirano ai “big” del rock (…alternative?) anni ’80 e ’90, e lo fanno con coerenza. Nello stile chitarristico di Stefano Paris è davvero difficile non sentire riecheggiare band come Pearl Jam (soprattutto in brani come “Broken Mirror”e “Bubble Blower”), Soundgarden, Pixies (“If It’s Bad”) e Radiohead. Per quanto concerne gli effetti utilizzati sulla voce, sempre di Stefano Paris, accade un fatto curioso: nella prima parte del disco emerge un gusto retro che rievoca immediatamente lo stile dei The Black Keys (soprattutto di “El Camino”) e The White Stripes. Nella seconda parte, prevale un’impostazione più obliqua e caratterizzata, assai inglese (vengono in mente gli Oasis e i Radiohead).

La sezione ritmica, composta da Federico Fazia (basso) e Luca Di Pancrazio (batteria), segue ineccepibilmente le intenzioni compositive del cantante, puntando a scelte semplici ma di ottimo gusto, cosette facili che non stonano mai col resto. In particolare, alcuni dei suoni digitaleggianti della batteria di Di Pancrazio concorrono a dare al disco un chiaro retrogusto wave anni ’80. Un altro merito dei Big Whales è quello di aver sfornato un lavoro realmente “di gruppo”: nessun elemento prevale sugli altri in maniera prepotente.

Certo, “Bubble Blower” è un disco profondamente inattuale e accessorio. Non suggerisce nulla di originale o immediatamente creativo. Ma come accennato, la carta vincente dei Big Whales è proprio la consapevolezza con cui affrontano e sfruttano questo limite. Risultano simpatici e tollerabili in base all’assenza di inutili pretese e alla passione con cui trattano una materia classica. E così riescono a produrre un disco buono nel suo genere, destinato magari a trovare il proprio posto nelle playlist dei nostalgici della buona musica degli ultimi ‘anta.

 

 

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