Alberto Marchetti – Ep
Alberto Marchetti. Nella piccola biografia che accompagna il suo Ep di cinque brani si legge che è nato nel 1963 in un paesino della provincia di Roma. Qui si definisce “fondista per vocazione, pittore per svago, scrittore per accidente, sommelier per passione e cantante per amore”. Intuendo la malizia del lettore antipatico, tipo me, prontamente aggiunge: “indeciso tra le strade possibili le ha tentate tutte. Scrive, disegna e canta da sempre, con esperienze teatrali di recitazione, scrittura di testi e regia. Ha provato la via dei premi musicali di rango. Il primo tentativo di partecipare a Musicultura risale al 1995 quando ancora era Premio Recanati, l’ultimo nel 2009…” E alla fine come poter giudicare uno che “le tenta tutte”? Sicuramente non con cattiveria, perché m’immagino un uomo che si adopera come può per realizzarsi nella precarietà sostanziale e culturale degli ultimi vent’anni. Persone così io le ammiro. Forse. Nel senso che ci vuole coraggio, passione, a essere, a sentirsi, tante cose.
L’adagio dice che tentar non nuoce, ma sicuramente avvilisce. E non è detto che una o l’altra di queste cose non gli riesca. E visto che a Marchetti la musica proprio non gli riesce, mi fa piacere pensare che ci siano tante altre cose su cui potrà riversare il suo furore creativo. Vale a dire, il Marchetti, nato in un paesino della provincia romana, ha la voce e il piglio da cantautore italiano, fa il romantico, il Capossela ripulito da intellettualismi, stravaganze e asprezze compositive, scrivendo rime baciate su tappeti di pianoforte o fisarmonica, confrontandosi con trombe sfiatate, valzer e disincanti riflessivi, cantando di rondini, vigne, orti arati e lievi amori da romanzetto rosa. Le canzoni in sé sono assolutamente inconsistenti. Gli arrangiamenti sono curati, così come può essere curato un album medio di canzonette simil-sanremesi anni ’80 (e per molti è un traguardo di pulizia e ordine), ma non dicono niente, né sul piano estetico né su quello emozionale. Siamo al cospetto di un pop d’autore, nel senso che l’autore mira a essere popolare, rivestito disordinatamente con elementi mutuati dal De Gregori degli ammiccanti ballad e da una lettura un po’ ovvia della tradizione cantautorale romana in generale.
Non lo so perché cose del genere vengano prodotte, cioè non capisco proprio a chi possano interessare. Non giudico il genere. Appunto, se uno impazzisce per questa roba innocua e lamentosa ascolti “Rimmel” in random. Perché cercare bruttissime copie in cui il valore musicale è scadente e quello lirico così puerile? Poi c’è quella “Lettere Smarrite” che è proprio un dispetto a Melville. Marchetti, non ci potevamo capire. Absit iniuria verbis. Ma la tua musica, forse, a qualcuno può piacere.









































Una recensione a dir poco ridicola e ingiusta nei confronti di un bel lavoro e di un’ottima persona. L’ottima persona la si intuisce già dalle parole e dal modo di cantare.
Che possa non piacere è logico, ma trattare così un autore con così tanta esperienza non mi sembra per niente corretto, mi spiace.
Mi vergogno di leggere persone che in Italia scrivono come voi e che non meritano spiegazioni e argomentazioni.
Grazie, sono queste le cose che ci danno la forza e l’entusiasmo per continuare a fare il nostro lavoro.