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Zu – Jhator (House of Mythology, 2017)

C’è di buono che gli Zu hanno cambiato minimamente forma. E la cosa, su disco, è un sollievo. C’è di male che la gente è sempre andata ai concerti degli Zu per ascoltare roba alla Zu: jazzcore furioso, inceppato e spernacchiante a tutto gas… quindi bisognerà già mettere in conto una certa dose di comune delusione, soprattutto se dal vivo i tre dovessero decidere di suonare i due lunghi brani di questo nuovo “Jhator” e magari attardarsi con approccio psichedelico sulle parti più drone e occultiste delle composizioni.

Concettualmente il mutamento estetico ci sta tutto. Perché il vecchio schema aveva, come dire, esaurito la propria ragione d’essere già molto tempo fa. Aveva un po’ rotto… chiunque. Ma i cambiamenti sono una faccenda rischiosa, specie per chi, come gli Zu, pur esaurendo e rompendo, aveva saputo creare e incarnare un senso di definizione e di riconoscimento istintivo negli automatismi del gusto nazionalpopolare. Si sa che gli italiani sono abitudinari e legati alle tradizioni: guai a toccare loro la pastiera a pasqua, la sambuca con la mosca al bar mentre trasmettono la partita e gli Zu al centro sociale che scassano tutto suonando per tre ore lo stesso riff allucinato e arruginito.

In questo nuovo disco, con nuovo batterista, risuonano cose che con gli Zu, con l’idea platonica e stereotipata degli Zu, non ci appizzano niente. Come le campanelle, i gong, il koto da funerale giapponese, le citazioni sufi, zen e pagane, gli ulverismi, le parti di synth da horror erotico anni ’70 e quelle da industrial glitch per ambient malsano. Oppure l’elettronica krauta, le insistenze post-rock, le svisate prog, le improvvisazioni cosmiche e gli afflati spiritual jazz e astratti… Massimo Pupillo fa un ottimo lavoro su corde, pizzicate, graffiate, percosse e strofinate. Luca Mai si trattiene o si nasconde, ed esce fuori a sorpresa con assoli tragici e rumori quasi sperimentali. Gli ospiti (Kristoffer Lo, Michiyo Yagi, Jessica Moss, Stefano Pilia, Lorenzo Stecconi) fanno il loro; il batterista sembra in forma… Ma alla fine le idee buone vengono soffocate in un mare di nebbia e in un’esasperazione occulta già fuori moda e forzata che non si addice ai pregi del trio. Non viene più fuori la forza, né l’irruenza e poi… che fine ha fatto l’ignoranza? Perché cercare sofisticazioni non richieste? Perché umiliare e appesantire un pubblico che cerca altro? La libertà espressiva, certo. La creatività… La maturità artistica… e tutte quelle altre belle cose che il fan tipico degli Zu odia come il chiattone schifa il caffè con il dolcificante.

[seimeno

 

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