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YATTA – Spirit Said Yes! (PTP, 2017)

Canti arcani, immagini di nostalgia tracciate con movimenti pigri di note e parole, battiti rovinati, dispersi e convulsi, chitarre rumorose e catene scricchiolanti, frequenze gonfie che crollano su lunghe note di violoncelli tragici, frammenti di melodia soul e drone music. Ricerca di spazio e di tempo, di vuoti e pieni spirituali, di un nuovo luogo di espressione e di vita attiva, dentro e fuori il dolore dell’esistenza. Così la poetessa e musicista newyorkese di origine sierraleonese YATTA dirige la sua arte in “Spirit Said Yes!”, ep uscito alla fine dell’anno scorso su PTP e ora ristampato in versione estesa e deluxe. Una collezione di tracce in bilico tra recuperi di suoni tradizionali dell’Africa centroccidentale e progressioni astratte e distruttive, come esperimenti vibranti di trauma e contrapposizione tra atavismo e delirio ipertecnologico. Avanguardia negativa e sfuggente, con la voce che appare e scompare come morbido e affascinante fumo, teso al luogo naturale degli spiriti, in evasione da un disastro o da una gabbia di angosciante sicurezza.

Nelle strutture opache, edificate su ritmiche distanti, indecise tra la fredda forma electro e il tiepido feeling post-jazz, un canto di fragile speranza e antica devozione (“Intro”) si insinua sotto l’aggressione patetica operata da frequenze neutre distorte e rumori crescenti (“Cyborg”), tra violini mielosi e insistenti, chitarre violente e beat innaturali… E anche se molti suoni si impegnano ad evocare le armosfere più spaventose, contorte e precarie di un futuro disumanizzato (“heath2home”), rappresentando l’inferno meccanico di un dominio di schiavitù e caos, c’è sempre un accenno melodico che rinnova il senso della vita come capacità di commuoversi, innamorarsi e provare emozioni (“Desert Song”)…

Poi con chitarra arpeggiata e voce cristallina, YATTA s’inventa un jazz antico e cabarettistico pieno di tristezza e ironia, con le frasi melodiche che implodono e si deformano allontanandosi da se stesse e dal proprio significato (“Ain’t Misbehavin”). Vengono raccolti fiori da discorsi catturati per caso, risate e vocali stirate come droni chr si affacciano su arrangiamenti pseudo etnici (“Ritual”), rumori industriali e lamenti melodici aperti alla confessione spirituale (“We Never Went to Church”). Tutto sembra vago, delicato, nonostante l’utilizzo di distorsioni e manipolazioni. Pare di sentire una richiesta continua e sincera. Una voce dice che c’è qualcosa che manca, qualcosa a cui vorremmo stare più vicini o vorremmo dare di più. Persone, ricordi, luoghi, idee. Noi stessi. Gli altri. Nessuno. Il passato. O il luogo da cui siamo partiti. Cosa eravamo prima di divenire chi non siamo davvero.

[settemeno]

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