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Vinicio Capossela – Canzoni della Cupa (La Cupa, 2016)

canzonidellacupaQuando Giambattista Basile, Giordano Bruno e Giambattista Della Porta componevano poemi e commedie su una locanda (quella del Cerriglio, a Napoli) cercavano innanzitutto uno scenario di mimesi diretta, di libera espressione degli istinti, dei dolori e delle passioni di un popolo. In taverna ci si ubriaca, ci si ritrova, si discute di cose stupide e ci si confessa, si litiga e ci si perde, proteggendosi dal mondo esterno, precipitando in un contesto sì reale (perché popolare, sociale e triviale), ma allo stesso tempo trascendente (legato all’ebbrezza, al miracolo del vino, al rito della festa, che sovverte le regole ordinarie e i ruoli fissi del quotidiano). L’archetipo della locanda, quale luogo fisico e spazio morale di espressione esistenziale, è resistito per secoli, fino a scontrarsi e sgretolarsi con il mutamento sociale imposto dall’urbanizzazione, dalla globalizzazione e dalla moda. I locali non sono più contenitori di storie, luoghi preposti allo sviluppo e alla protezione del confronto, ma narrazioni e contesti che il pubblico sceglie per comsumare, farsi vedere e godere di uno spettacolo prestabilito, recensibile e replicabile. Il cliente si trasforma in soggetto passivo, spettatore e fruitore isolato, staccato dal resto degli avventori. Non c’è più comunità, non c’è più incontro, né scontro…

Dopo anni di ricerca autoriale, contaminazioni e sincretismi al di qua e al di là del popolare (jazz, rebetiko, folk, etnica, sperimentale), Vinicio Capossela torna in osteria, per raccontare l’universo regressivo e nostalgico della sua Calitri, piccolo centro irpino in cui sono nati e cresciuti i suoi genitori poi emigrati in Germania. Le “Canzoni della Cupa” sono canti da fiera e da tavolata, leggende e racconti suggeriti dalla coscienza o dall’incoscienza collettiva, che attingono alla tradizione e al passato epico di una realtà fieramente agricola e lontana dalle nevrosi della contemporaneità. L’album è diviso in due dischi. “Polvere” e “Ombra”. Il primo dedicato alla narrazione delle fatiche del giorno e degli sfoghi del tramonto, con canzoni secche e incisive, volgarmente raffinate, scritte e registrate parecchi anni fa con un’urgenza lirica e una purezza poetica invidiabile e quasi sempre incisiva. Il secondo è dedicato alla notte, ai sogni, all’abbandono e agli incubi, al mistero delle fitte foreste in cui i raggi del sole non trovano spazio di rifrazione. Brani misteriosofici e puramente folkloristici, che sanno parlare di allegria e disperazione, paura e speranza, simboli e vuoti di senso, annichilimento e gioia di vivere, leggende negative e verità precarie.

La locanda è lo spazio di drammatizzazione e il teatro dello spirito in cui gli incubi si trasformano in storielle morali e i grandi dispiaceri si traducono in sorriso. Ogni parola, ogni nota, ravviva il senso di un’arcana e ancora possibile forma di stupore nei confronti della vita e della natura, dove si aggirano strane creature, ombre, fantasmi, esotiche possibilità e lupi mannari. Soltanto in quel preciso perimetro, protetto dalla tradizione e dalla consuetudine, dalle luci tenui e dal chiacchiericcio, è possibile riscoprire l’umanità del gruppo, il valore del confronto sincero tra individui calati nel medesimo purgatorio.

Ce ne fossero ancora di locande, osterie, bar aperti alla condivisione e al racconto… Scarseggiando questi ambienti vengono meno anche le storie e con loro le melodie, i canti, le prospettive… Questo è l’universo in cui Capossela si esprime meglio, con maggiore ispirazione e poeticità. Tra schemi semplici e idee dirette, solo marginalmente simboliche o retoriche.

Oi faccia gialla, faccia ingiallidita, lo so che neanche oggi tu hai mangiato. Ti prego fatti un brodo ti conviene, che un poco di colore ti fa bene. Faccia di Cùpa, faccia impallidita, quale quarto di luna ti ha pigliata, sei fatta come fragola marcita e adesso dal mio cuore te ne sei uscita.

[seiemezzo]

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