Verdena – Endkadenz Vol.2 (Universal, 2015)

Verdena - Endkadenz Vol.2 (Universal, 2015)Già al tempo del primo volume mi sono sentita in dovere di prendere le parti del gruppo cercando di denunciare e confutare le puerili ragioni che spingono parte del pubblico ad accanirsi come un branco di iene idrofobe nei loro confronti. Non che ne abbiano bisogno. I Verdena si difendono benissimo da soli, continuando a farsi i fatti loro, andando avanti per la loro strada a scrivere le loro canzoni. Sono una band rodata, che non ha mai sfruttato o cavalcato le dinamiche della commercializzazione, pur potendone fare parte. Incidono, suonano dal vivo, poi se ne tornano sui monti a vivere le proprie vite. Ma quando il loro nome torna di attualità, per un nuovo album, un tour o una notizia, la polemica è sempre dietro l’angolo. Basta un niente e si risvegliano tutti gli haters, i puristi del rock (ma quale rock?), i grilletti scriventi da bacheca, i giulianoferrara dell’indierock e tutti quei personaggi tristi che hanno sempre qualcosa di cui lamentarsi o da criticare.

L’ultima impennata di simpatia nei confronti del gruppo bergamasco si è verificata meno di una settimana fa. La band ha osato chiedere su facebook una chitarra in prestito, visto che Alberto ne aveva spaccata una la sera precedente facendosi un occhio nero. E giù insulti, moniti moralistici, prese per il culo, rappresaglie retoriche e parolacce. Argomenti del tipo: io sono disoccupato e voi vi permettete di distruggere le chitarre? Ciò che non torna è il motivo di tanto livore. Magari deve esserci qualcosa di tremendamente antipatico nella band, che io proprio non riesco ad afferrare, visto che a ogni uscita migliaia di individui sentono il bisogno di esprimere il loro astio, di fare ironia stupida sui social network e di criticarne ogni loro prodotto a priori. In realtà basta fare quattro conti. Cosa esattamente infastidisce la cricca dei criticoni è facile da capire. Alla gente sta antipatico il successo. Soprattutto di artisti che non si svendono e che se ne stanno alla larga da televisioni, meeting, giretti giusti o giustificati su Word Press e cose del genere. Alla base di tutto c’è l’invidia per un gruppo che suona da vent’anni e che da sempre riesce a produrre musica decente. Per qualcuno sono ancora ragazzini, emuli sbiaditi dei Nirvana o dei Silverchair. Per altri tre ignorantoni baciati dalla fortuna. Si dimentica di considerare il fatto che i Verdena siano ormai una realtà strumentalmente ed esteticamente definita. Possono piacere o fare schifo, ma non si può mettere in dubbio la loro professionalità, la loro serietà in quanto musicisti e autori. Hanno un suono immediatamente riconoscibile. Il loro. E non devono piegarlo a questa o quella moda provvisoria. Chi può dire lo stesso? Finiscono in classifica senza inventarsi campagne stampa all’avanguardia, senza andare a Che Tempo che Fa? o costruire il brano-svendita da traino per aggangiare i giovincelli sprovveduti o i vecchi nostalgici. Risulta quindi più facile prendersela con i loro atteggiamenti spesso un po’ ingenui o poco eleganti, prendere in giro i testi (da sempre consacrati al no sense) o criticare il fatto che piacciono a molte ragazze. Come se piacere alle ragazze, poi, fosse sinonimo di pochezza. I Beatles a chi piacevano soprattutto? E gli stessi Nirvana?

La musica, fortunatamente, nobilita il tenore della questione e ci porta altrove. Lontano da chiacchiere inutili e giudizi aleatori. Il nuovo album, secondo capitolo dalle session di “Endkadenz”, stupisce per ispirazione e quantità di idee. I Verdena si mostrano ancora una volta abili demiurghi elettrici in grado di tenere insieme forza stoner, intensità acid rock, trasversalità pop e gusto psichedelico. Il tutto attraverso suoni studiati e calibrati, ma anche un gusto sempre più barocco inseguito grazie all’utilizzo di mezzi contati e concettualmente pertinenti al valore emotivo dei brani. Il trio continua a picchiare duro e a navigare con sicurezza attraverso mari oscuri e tormentati, come in “Colle Immane” e nei due “Fuoco Amico”, ma sa anche lasciarsi andare alla deriva di naufragi malinconici (l’iniziale e un po’ museiana “Canniibale”) o scivolare verso orizzonti uggiosi (la beatlesiana “Un Blu Sincero”), che non temono di contemplare la bellezza dell’abbandono, la dolcezza dello stordimento e la quiete del sogno. Ma c’è di più: l’arrangiamento si fa più coraggioso e psichedelico nell’elegia vaporosamente elettrica e rollante di “Dymo” e acquista slancio black e neoclassico nell’affascinante esperimento finale intitolato “Waltz del Bounty”. Sirene e miraggi affiorano tra feedback, code strumentali quasi floydiane, armonie battistiane e costrutti poetici che rimandano al moto ipnotico e cadenzato delle onde. Ma nel mare dei Verdena nulla è scontato. Tempeste, mulinelli e maremoti si alternano a panorami orinirici, brezze rinfrescanti e isole del tesoro. Poi arriva anche il momento della navigazione libera, quando il gruppo decide di lasciarsi trasportare dalla corrente, ed ecco che appare la splendida “Identikit”, il pezzo più bello e prezioso dell’album.

I Verdena non sono dei geni. Sono bravi musicisti dotati di gusto e creatività. Ma il fatto che tanta gente sia pronta a ostacolarli e dargli contro mi fa venire in mente che forse qualcosa di speciale ce l’hanno davvero. Di solito il branco si accanisce contro chi ritiene pericoloso perché più meritevole, interessante e particolare rispetto alla triste media.

[settemeno]

Autore dell'articolo: Federica Cacciari

pentolaia pendolare quindici-napoli-roma-napoli-quindici. giornalista pubblicista. amo la storia e le hole.

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