Turnstile – Time & Space (Roadrunner Records, 2018)

Nonostante la foga, gli sforzi creativi, il coinvolgimento di un produttore di livello (Will Yip) e il passaggio a una label iconica (Roadrunner), le tredici nuove tracce incise dai volitivi Turnstile per l’album “Time & Space” non assicureranno al gruppo un posto d’onore nella gloriosa storia dell’hardcore americano. I tipacci di Baltimora sapranno però farsi notare nel triste e smorto contesto attuale: i loro suoni dimostrano immediato valore, originalità e potenza, tre caratteristiche difficilmente reperibili altrove, così, tutte insieme. Il pregio maggiore di queste brevi canzoni sta nella crudezza esecutiva, cui si accoppia un non meno crudo slancio creativo, vigoroso e incazzoso, perfettamente accordato all’umore caustico dei contenuti.

Ciò che manca ancora alla band è il senso del linguaggio, con la conseguente tendenza a formalizzarsi su uno stile, in certi casi, confusamente sperimentale, inadeguato alla struttura punk o garage dei brani, alla quale si aggiunge un’altra cosetta antipatica, quella, cioè, di blandire la nicchia di riferimento fornendo appigli nostalgici del suono crossover e del post-hardcore anni ’00 oppure frammentari rimandi a sonorità attuali ed eterogenee. Alcuni stacchi di contrasto (di matrice jazzistica, ambient, post-rock o pseudo hip-hop) sono stati inseriti a forza per condire con il miele dell’autocompiacimento e il salso dell’atmosfera disperata canzoni che, di per sé, avrebbero fatto bella figura anche in versione più punk. Lo stesso vale per gli innesti di synth, per i brevi interventi elettronici e per l’hand-clap… Roba accessioria e il più delle volte indigesta.

A parte questo, i riff proposti o ricostruiti dalla hc band hanno gusto e forza (mirano all’essenziale, come compete all’ideale rock) e hanno groove (il groove perverso di un blues accelerato di Chuck Berry, di un’ossessione stoogesiana o di un assalto riottoso alla Rage Against The Machine). “Real Thing”, “Generator”,  “I Don’t Wanna Be Blind” e “High Pressure” lasciano un segno. E si muovono con un certo stile anche gli episodi meno potenti, come la ballata “Moon” (con la voce di Freaky Franz Lyons che si intreccia a quella di Tina Halloady degli Sheer Mag).

Concettualmente, la band sembra impegnata in un confronto estetico con finalità rap: ci si butta sull’invettiva, sui giochi di parole, sul realismo contaminato da massime ardenti e sfoghi improvvisi e sulle battute secche di basso e cassa. Il nesso, almeno in teoria, tra hardcore e hip hop non è campato in aria, ma non è questa la strada su cui la band deve procedere per far crescere il proprio stile. Il loro senso sta nell’impeto punk, nella furia animale.

[settemeno]

Autore dell'articolo: Giuseppe Franza

cose che mi piacciono: cocacola, nietzsche pre-crepuscolo degli idoli, sonic youth, goleador (alla cocacola), céline, mario bava, controriforma, hegel, le anime morte, penne staedtler permanent, giambattista basile, segnalazioni cinematografiche del centro cattolico, the stooges...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Completa la seguente equazione (anti-spam) * Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.