Tragedy – Fury (Tragedy Records, 2018)

Sento in “Fury” dei Tragedy ogni moto della vera furia, il senso perduto, puro e rimpianto dell’epica hc-metal, come forse mai è stato fino in fondo declinato anche nei negli anni di massimo slancio del genere. Il problema è che questa musica mi arriva con troppo ritardo, e con lo stesso ritardo si offre al mondo, regredendo da opera di espressione pura a imitazione di un modo consolidato di fare, secondo un canone scaduto, privo di importanza e di risonanza. A parte tutto questo, anche i Tragedy hanno una loro storia (sono attivi dal 2000), nella storia (nell’underground, a Portland, tra hc, punk e metalcore): scrivono e suonano benissimo, ormai da anni, senza paura, senza indebolire la loro proposta. Anzi, sono diventati più veloci e tosti, mantenendo il gusto per gli arpeggi sinistri, gli assoletti ironmaideniani e gli sviluppi dark-hardcore.

L’album ha una spessa caratura politica. La furia è indirizzata allo spirito corrotto, stupido e razzista che conquista il potere nel mondo (il leviatano che devasta, umilia e degrada la vita degli umili). Per questo le canzoni sono tutte animate da trame d’angoscia e disperazione, più esplosioni di rabbia abrasiva, pervasiva, ossessivamente distruttiva, coraggiosamente disordinata e intossicante. Bello.

[sette]

Autore dell'articolo: La Giustizia

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