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Todo Modo – Prega per me (Goodfellas, 2017)

Il principale merito di “Prega per me”, il secondo album dei Todo Modo, sta nel coraggio della semplicità, nel modo in cui il cantato lineare e melodico di Saporiti riesce ad aggrapparsi al senso disturbato e sfuggente della musica, che si vota per principio all’intransigenza e alla ruvidezza non scalabile e poi s’incanta su dinamiche dolorose e primordiali, pietrose, giocando con abrasivi minimalismi, note sature e toni aguzzi, sporchi e bollenti come taglienti stalagmiti comparse su enormi colate di lava già morta e solida: suggestioni di calcare, trachite, basalto, tufo e ruggine elettrica e acustica (come nella pseudo-battistiana “Non dite niente” e in “Nel nome mio”).

Il sound è quello che Iriondo e Prette inseguono da sempre, l’ipotiposi del noise-rock e della psichedelia marziale, che già in passato affiorò qui e lì dagli album degli Afterhours, ma che ora è libero di diventare una quasi-estetica e di ruggire con eco statica e scabrosa densità per la lunghezza di dodici pezzi. Di fatti, nonostante i fragili appigli armonici di certi riff e del tempo dritto, il rapporto tra voce e suono appare quasi sempre precario e critico. Come una giustapposizione, come legno e carne tenuti insieme con la colla uhu. Ma è proprio nel frammentarismo, nella negatività e nella volontà di disinnescare la musica sperimentale, il cantautorato e la prosa d’arte che le parti riescono a dialogare e a esprimersi al meglio di sé, cioè raggiungendo un tono unico di nervosa arresa nella rappresentazione-deformazione della resistenza dell’umanità nell’angosciante, noiosa e spersonalizzante realtà di tutti i giorni.

Per questo serviva la semplicità, che certe volte diventa banalità o grigiore sistemico. Proprio perché Saporiti canta di sentimenti sempre delusi e di rimpianti sempre potenti, nell’adattamento dell’uomo alla viltà e alla cecità della vita civile e familiare. Perché a vincere sono ancora le tristezze (il consiglio di Saporiti è di predere a calci i proprio dolori) e le paure (“La fine del mondo”), accolte con delicato stupore e pacata ragione, ma senza nessun senso del tragico e nessuna enfasi drammatica. Si descrivono situazioni universali (e qui forse si scade, perché testualmente e poeticamente si rifanno un po’ le cose più odiose de Il Teatro degli Orrori, anche con la voce che corre e le parole che si sovrappongono in uno spoken word forzato e per nulla divertente, come succede in “Vero” e “Figlia del re”), reali, scontate, povere. L’analisi del male è lucida e seria: nessuno ha scampo e dunque nessuno ha diritto di lamentarsi (e suona infatti arresa e dolcemente disperata la musica di “Clandestino”). Questa è la vita: una disgrazia ineluttabile. E questa è la sinopia che s’intuisce sotto il grezzo moisaico di suoni proto-stoner, pseudo-core, proto-industial e anti-avant dei Todo Modo. Una lezione di onestà e coscienza, talvolta morbosa (“La ballata di Rouen”) per tutti i nuovi poeti e romanzieri dell’indie-rock, che fanno i soldi e si prendono gli applausi con le più insopportabili falsità ad effetto, i moralismi interrotti più insostenibili e le rassegnazioni più furbe e squallidamente ciniche.

[seiemezzo]

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