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The Jesus and Mary Chain – Damage and Joy (Warner, 2017)

Che un disco nuovo sarebbe arrivato lo si è capito nel 2005, quando i fratelli Reid si misero a lavorare insieme alla produzione di “Little Pop Rock” della sorellina Linda aka Sister Vanilla. E infatti due anni dopo li vedemmo uno accanto all’altro sul palco del Coachella, con Scarlett Johannson, a suonare “Just Like Honey”, palesando l’impressione che era stata raggiunta una tregua, o che almeno ci fosse in gioco un interesse comune (economico, esistenziale… è lo stesso) più forte di ogni irrisolto rancore.

In testa a Will e Jim non ci sono più i vecchi orgogliosi ciuffi e neppure le passate inquietudini. Con l’età, tutti, pure i più idealisti o i più sfaticati, capiscono che i soldi vengono prima di ogni altra cosa… E ci si arrende pure al fatto che non ci sia più nulla da corrompere, rivoluzionare o reinventare. Quindi cercate di non rimanerci male se, ascoltando questo nuovo album, non troverte traccia alcuna della feroce istintualità con cui i due ragazzi scozzesi, trent’anni fa, presero il rock più sporco e allucinato della tradizione alternativa per farlo accoppiare a forza con una versione malata e cinica del pop degli anni ’60. Non storcete il naso se “Damage and Joy” vi sembrerà una versione triste e stanca, melodicamente prevedibile e male invecchiata di “Psychocandy”… Meglio di questo non si poteva far nulla. Anzi, lo dico subito: questo è un disco intelligente, cosciente della propria precarietà e dalla propria inutilità, e non c’è niente di effettivamente ridicolo o desolante in queste tracce. C’è una dignità di fondo, che viene preservata in tutta l’ora e passa di musica. Eppure, si sente bene che si tratta di un compito eseguito di cattiva voglia, portato a termine senza troppa convinzione e consegnato senza troppe speranze a chi di dovere, e anche fuori tempo massimo. Un lavoro che ha un’unica ragione, molto simile a una mera questione di volgarissima e maledettissa pecunia.

Certe idee del passato, però, sono ancora buone, anche se riscaldate e ripassate, soprattutto quelle più vecchie (tipo il glam-rock-noise di “Amputation”, che rielabora il brano “Dead End Kids” registrato da Jim in solo dieci anni fa, oppure “War on Peace”, che ricorda un po’ l’epica distorta di “Honey’s Dead”, o il rock ‘n roll classico con assolo collassato in wah di “Get on Home”)… E infatti quasi tutto il disco è arreso alla stanca e brodosa formuletta della struttura pop anni ’60 (surf, doo wop, rock ‘n roll, ballata beatlesiana) gonfiata e poi sgonfiata con distorsioni sfumate di chitarra e affogata in chili di burro noise-rock. Se si riesce ad andare fino in fondo, si possono anche trovare cosette interessanti: si salvano i secondi iniziali e il ritornello di “All Thing Pass”, la pastosità sludge di “Mood Rider” e il power-pop rallentato di “Can’t Stop the Rock” con Linda.

Di novità o guizzi estetici ce ne sono davvero pochi. Un po’ di rumorini obliqui e di elettronica fetente in “Simian Split” e un po’ di sensualità meccanica e rètro in “Black and Blue”, con il featuring di Sky Ferreira, che già si era avvicinata alla causa collaborando con i Primal Scream. E poi, tocca accontentarsi, che è un’altra regola aurea suggerita dall’anzianità. Le altre ospitate (Isobel Campbell in due brani e “Bernardette Denning in “Always Sad”) non donano alcun valore aggiunto. E ci può stare… In pratica a latitare è l’incisività strumentale, l’intenzione. Più che nella scrittura, i limiti maggiori stanno nell’arrangiamento (sempre uguale in ogni pezzo) e nelle scelte di armonizzazione: i The Jesus and Mary Chain cercano ogni volta di sospendere o confondere il suono con la saturazione controllata, con gli effetti microtentacolari e le parziali sproporzioni stilistiche (c’è il funk, c’è il noise sonicyouthino, il boogie bolaniano, il northen soul welleriano, il brit-pop, il punk-rock zuccheroso degli anni ’90…), ma senza che i sentimenti e i concetti vengano fuori con rilevanza. Ed è un peccato, perché è proprio dalla frustrazione, dalla nebulosità umorale e dalla confusine morale e artistica che in passato i due fratellini hanno saputo tirare fuori il loro meglio. E di frustrazione, sembra facile pensare, ne avevano a disposizione…

[seimenomeno]

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