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The Bug Vs Earth – Concrete Desert (Ninja Tune, 2017)

Personalmente mi aspettavo qualcosa di un po’ più insidioso, offensivo e malato dalla collaborazione di Kevin Martin e Dylan Carlson. Ovvero da due padroni del concetto di putrescenza sonica, due onoratissimi becchini del mondo musicale altro: uno, The Bug, capace di seppellire e disseppellire con profitto il cadavere dell’intuizione dubstep in composizioni avant-electro, industrial e jazzcore; l’altro, il leader degli Earth, decano del movimento doom dronico e profeta del vero malessere post-grunge. E invece “Concrete Desert” degrada l’aspettativa a pura misura pragmatica di un facile abbinamento degli stili. 

Le tredici tracce dell’album si esprimono prevedibili, quasi canoniche, già scoperte, cioè povere di ogni sorpresa: si parte e si finisce sempre con una versione apocalittica e pessimistica di ambient rumoroso e parzialmente industriale, con interferenze di spettralismo elettronico e drone, su cui si allargano o marciscono pochi accordi di chitarra bassa e distorta.

La situazione si fa quasi imbarazzante quando The Bug cerca di infilarci pattern definiti di minimal-techno (“Agoraphopia” ed “Hell A”) oppure schemi ritmici post-industrial (“Don’t Walk These Streets”) o quando gli arpeggi semi-improvvisati di Carlson dirigono con inerte solennità liturgica una interminabile scia di feedback e bordoni a mezzo volume verso una conclusione troppo lontana e stanca (“American Dream” e la titletrack). Va assai meglio nel momento in cui la chitarra si decide a mantenere più a lungo il tempo del passo, insistendo su riff scheletrici e zoppi, tipo fantasmi di cavalli a zonzo in un set di un oscurissimo spaghetti western, oppure quando il tono si polverizza su parti stoner, e ai beat di sottofondo e ai rumorini sintetici si aggiunge una linea di basso sporco, un ronzio continuo, un colpo crudo e dilatato di vecchio doom, come in “Snakes Vs Rats”, “Broke”, “Dog” e “Pray” (queste ultime due con la voce di Justin Broadrick).

In pratica, la dinamica del disco, falsamente contorta e immobile, non riesce mai a raggiungere un livello di sufficiente tensione e potenza. Non è mai inquietante, accepente o trascendente. Neppure desolante, come sarebbe lecito aspettarsi in un deserto concreto (ossia la realtà)… Ma gli artisti che hanno prodotto queste tracce agiscono in un territorio di loro massima e insidacabile competenza, e per questo, solo per questo, non falliscono tragicamente. Gli arrangiamenti sono tecnicamente inattaccabili, il suono curato e ben equilibrato, gli effetti espressionisticamente caratterizzati e rilevanti. Sembra quasi che si siano attenuti a quello che viene loro imposto come un dovere estetico: iterare nella stasi, senza trasgredire la propria antica missione codificata di suono. E qui sta la delusione.

[sei]

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