Summoning – With Doom We Come (Napalm Records, 2017)

Mi venisse davvero voglia di rileggere Lo Hobbit o di concludere Il Signore degli Anelli, non mi sognerei mai di mettere in sottofondo un disco dei Summoning. Primo, perché non è il tipo di musica che mi piacerebbe associare ai paesaggi tolkeniani (troppo filologica e devota, troppo didascalica e sussunta). Secondo, mi dispiacerebbe limitare il senso e le possibilità di una suggestione artistica in un riferimento opportuno ma non vincolante. Credo che i Summoning vadano intesi come artisti e che la loro produzione debba godere di una minima indipendenza concettuale e stilistica. Ok, chi conosce un po’ il duo austriaco potrebbe rispondere che è la band stessa a insistere ossessivamente su tematiche e atmosfere tolkeniane. Vero. Ma c’è da dire che lo fanno per campare. In questo modo arrivano a molte più persone. I fan del fantasy classico sono un po’ più numerosi dei fan del black metal atmosferico. E quando si tratta di sopravvivenza, bisogna sempre mettersi una mano sul cuore e poi alzarla insieme all’altra.

Questo nuovo disco arriva dopo un lungo periodo di gestazione. Ma il tempo per questo genere di lavori è un parametro relativo. Innanzitutto non c’è bisogno di inquadrare i Summoning in un periodo storico preciso. “With Doom We Come” poteva essere inciso tale e quale nel 1991 o nel 2003. Poi, i due austriaci fanno le cose in grande ma con pochi mezzi, quindi con artigianalità. Non potresti mai indovinare quanto tempo ci hanno messo a registrare quello o quell’altro pezzo. Usano le tastiere per imitare grandi orchestre e i synth per rievocare strumenti antichi. Quando inseriscono strumenti veri ed esterni, cercano sempre di riprendere il controllo con assalti di distorsione e lunghi droni ambientali o industriali. Questo perché, fondamentalmente, sono due pazzi sociopatici con gusti molto particolari: sanno suonare solo quella musica là, anche quando sperimentano cose più astratte o quiete. Vale a dire che sono ancora alla ricerca di un climax cosmico e spirituale, di una costruzione armonica che tenga insieme il senso del sacro, del grandioso, dell’avventura e dalla dannazione. Già a partire dalla lunghissima intro mezza marziale e mezza esotica e dall’esperimento atmosferico-elettronico di “Herumor” si capisce che i margini poetici sono sempre gli stessi: magniloquenza semi o simil-sinfonica, depressione, tensione epica, impatto dark-black e lirismo medievaleggiante. L’umore dominante riguarda il solenne. Sia quando guarda a Oriente (“Silvertine”), che quando richiama passaggi più classici del genere epic-black-metal (“Night Fell Behind”). La novità è l’uso di colori più coraggiosi e di spazi più profondi.

Il loro fantasy è visionario, kitsch, ignorante e horror. Spesso ridicolo. E un fantasy ha senso solo quando è vagamente o totalmente risibile.

[seipiù]

Autore dell'articolo: La Giustizia

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