SOPHIE – Oil of Every Pearl’s Un-Insides (Transgressive, 2018)

Qui, come un po’ dovunque, si ragiona soprattutto per istintiva e pigra associazione di idee (e spesso si tratta di idee superficiali, basate su formulazioni generiche, applicate a contenuti superficiali, carpiti genericamente). E quando, tempo fa, cominciammo a rilevare l’enorme fascino avanguardistico della musica di SOPHIE, sapevamo benissimo di star assecondando una moda ancora sotterranea ma inevitabile che presto sarebbe diventata mainstream, ossia totalmente schiava dei vecchi e cinici meccanismi del pop tradizionale (semplificazione delle contraddizioni, fluidificazione degli esiti, saturazione degli accenti). Intuivamo insomma che il passaggio dall’underground al dominio pubblico avrebbe potuto contaminare l’anima e il senso più squisitamente grottesco dell’offerta estetica dell’artista-producer sorta e allevata dal collettivo PC Music: c’era il rischio che la divertentissima e morbosa pantomima electro-pop di SOPHIE rinnegasse il proprio fine attraverso la degradazione e l’adulternazione dei suoi più intimi e contraddittori elementi costitutivi trasformandosi in una pantomima della pantomima, ossia in un gioco con un giocattolo ormai rotto, con stereotipi screditati, relitti e rottami di altri contesti precedenti.

Con il suo primo mixtape, SOPHIE ci aveva sbattuto in faccia forme parodistiche, alienanti e super kitsch di pop e dance commerciale per più ragioni destabilizzanti. Ne apprezzammo immediatamente l’intento accelerazionistico, satirico e mimetico, sentendoci chiamati a un naturalissimo sforzo: quello di rinculare con una capriola in un’involuzione delle aspettative critiche che sapeva di superamento di un pregiudizio e di un limite concettuale. E in sottofondo, il nostro incoscio se la rideva, lasciandosi sommergere da ritmi impazziti e infantili e da lutulente melodie, facili facili. Godemmo dell’eccesso teso alla devianza, della bellezza aliena e liftata dell’oltregenere. E poi? Poi è arrivata la noia. Il ridimensionamento prospettico… L’ascolto del primo vero album lungo di SOPHIE, purtroppo, inquieta in termini di uggiosità e non di fascino. Da subito, già dal primo beat, sembra di ascoltare qualcosa di previsto e, per questo, incredibilmente deludente. Il suono, meglio prodotto e più teso rispetto al passato, è stato organizzato secondo un progetto di conservazione e frammentazione del comodo senso di ricerca e di automazione dell’alternativa della provocazione, ma il ritmo non riesce più a osare sul limite dell’inconciliabile e la melodia non sa più mostrarsi nell’immediatezza come piacere estraniante. Uno dei brani in scaletta si chiama “Immaterial”, bello e terribile, significativo… eppure, la materia digitale continua a palesarsi dietro ogni soluzione dinamica, con pesantezza e scarsa originalità. Solo in “Faceshopping”, l’apice estetico e concettuale del lavoro, ritroviamo la verve e il lato offensivo della musica di SOPHIE. Nelle altre canzoni c’è molta, troppa strategia. Strategia cervellotica, non passionale. Strategia di previsione del futuro, che poi è quello immaginato e raccontato duecentomila volte dalla distopia pop. Di fronte al nulla, con un sorriso o una lacrima, perché va bene piangere: in certi casi è cool.

Nelle strutture scorgiamo ancora una pericolosa fusione della forma ottusa (e pura) con l’oggetto finissimo (e impuro) del proprio fine (il pop), ma era lecito credere di poter toccare, annusare, provare, oltre che intuire… “Oil of Every Pearl’s Un-Insides” sa ancora disgustare e ammaliare, ma in troppe occasioni si distende e poi si disperde in un valore astratto più neutro, innocuo, scontato di ciò che è già stato. Al pop gommoso e artificiale si aggiungono note di realissima malinconia. Ai vapori post-wave ed escapisti si oppongono effetti mai così solidi, tipo: disperate bordate di industrial, contorsioni di rumorismo digitale e indulgenze idm di discreta fattura ingegneristica.

SOPHIE quasi ci delude. Perché resta più o meno dov’era; invece di approfondire il suo dramma o la propria fredda superficialità, tenta una sintesi della sintesi che alla fine è un riassunto in caps lock. E tutto questo forse avviene poiché, nonostante tutto, SOPHIE è vittima del nostro stesso fraintendimento. Spinta da mani sbagliate e nella direzione più logica, ha provato ad intellettualizzare la vacuità e a screditare ogni scelta consapevolmente sperimentale senza rinunciare a quell’ombra posticcia di sperimentazione da far aleggiare sul nichilismo dell’easy listening. E così facendo, quasi tutto ciò che di rilevante produce si perde in un vasto e continuativo foglio di programmazione di boh.

Dunque, ci tocca ancora adattarci al suo gioco: dobbiamo fare un passo indietro, arretrare logicamente, e per l’ennesima volta accostarci a queste canzoni-non-canzoni come fossero pura de-rasoin. Dobbiamo imparare per la seconda volta a subirle senza interpretarle, senza mediazioni critiche attive e senza pensarci più del dovuto. Come fosse davvero soltanto fenomeni esteriori e manieristi di musica electro-pop e di facile ascolto. Siamo ancora nella giusta prospettiva? Difficile, la cosa. E facile. Troppo facile. Le canzoncine artificiosamente tristi e fintamente finte di SOPHIE ci rendono vittime e insieme complici del gioco fondamentale svelato dalla produzione dove scrittura e interpretazione sono solo manipolazioni ad effetto. Come volevasi dimostrare, siamo degli illusi senza spirito ed empatia. Di base, bisognerebbe utilizzare tutti quegli strumenti storici e critici indispensabili a contestualizzare il senso di una ricerca di per sé gratuita e già esaurita. Sospettiamo una fregatura. La sospettavamo anche prima, ma ora non ne siamo più partecipi.

[settemenomeno]

Autore dell'articolo: Giuseppe Franza

cose che mi piacciono: cocacola, nietzsche pre-crepuscolo degli idoli, sonic youth, goleador (alla cocacola), céline, mario bava, controriforma, hegel, le anime morte, penne staedtler permanent, giambattista basile, segnalazioni cinematografiche del centro cattolico, the stooges...

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