Sleep – The Sciences (Third Man Records, 2018)

Magari c’entra davvero la chimica. Come quando si dice che chi fuma troppo sviluppa inevitabilmente caratteri di atarassia comportamentale (si sa: l’abuso di cannabis danneggia le sinapsi che mettono in relazione i neuroni, erode il percorso dei pensieri e rallenta il meccanismo di reazione allo stimolo complesso). Capita insomma che il tossico risponda al bene e al male della vita con un’indifferenza assai simile alla quiete del saggio, o che sul suo viso esploda a sproposito un sorriso di gentilezza che qualcuno potrebbe fraintendere come effetto di buona disposizione d’animo o di consapevolezza interiore.

La buona disposizione e la consapevolezza, ovviamente, sono dei pregiudizi, soprattutto in questo caso. La storia degli Sleep è uno scadente romanzo a proposito di tre personaggi vessati dalla malasorte, dal fallimento e dell’ingratitudine. E nel capitolo finale succede che questi tre casi umani ricompaiono su un palco, ancora insieme; alla fine di un pezzo, si scambiano un cenno stonato, sorridendo a mezza bocca e fissandosi con i loro occhi spenti e fondi e direi supplici nel pallore del viso.

In principio furono gli Asbestosdeath, doom metal band di San Jose formata dal cantante e bassista Al Cisneros, il batterista Chris Hakius e il chitarrista Tom Choi. Ragazzini di periferia, tagliati fuori per mancanza di muscoli e volontà dal movimento hardcore e per mancanza di cultura e di stile dall’elite anarcho-punk. Pare che furono schifati anche dal circoletto death e dai nostalgici dell’hard rock. Esaurite le subculture musicali estreme allora in voga in California (siamo all’inizio degli anni ’90) da cui farsi sfottere, Cisneros e amici si chiusero in cantina a suonare per se stessi. Qualche tempo dopo, ai tre disperati si aggiunse un metallaro che si chiamava Matt Pike, pure lui chitarrista e malato per i Black Sabbath. Produssero due singoli che non si cacò nessuno e poi si impegnarono a far circolare una demo intitolata “Unclean”. A un certo punto, Choi uscì dal gruppo e al suo posto entrò Justin Marler, un altro fattone appassionato di occultismo e spiritualità psichedelica. Fu quest’ultimo a suggerire il cambio di nome. Disse: “Boh, forse ci dovremmo chiamare Sleep, perché non c’è nessuna altra band che si chiama così”. E gli altri risposero: “Va bene”. Nel 1991, la nuova formazione mise insieme nove canzoni dal carattere oscuro e avvilente, consacrate all’estetica sludge e alla pesantezza doom, che poi furono pubblicate dalla Tupelo Recording Company nell’album “Volume One”, documento subito apprezzato dai quattro seguaci dei Pentagram e dei Saint Vitus, ma ignorato da tutto il resto del creato. Ando così: pochi mesi dopo l’usita del disco, la Tupelo chiuse i battenti, e gli Sleep si trovarono senza etichetta discografica e con l’album non distribuito. Sorrisero e andarono avanti, arraggiando un mini-tour con le proprie forze. Neanche due concerti sulla costa Ovest, e Marler si chiamò fuori per chiudersi in un convento ortodosso, diceva di volersi farsi monaco. Gli altri tre alzarono le spalle e continuarono a suonare. Tanto bastava aggiungere un po’ di echo al basso distorto, che sembrava di avere una seconda chitarra. Pubblicarono “Sleep’s Holy Mountain” dove il loro sound si inspessiva e il ritmo rallentava, con i tamburi e i piatti che diventavano più grandi, la chitarra che si faceva polverosa e sacerdotessa di frastuono e il basso che inseguiva riff sempre più viziosi e maligni. Nasceva così lo stoner rock, poi portato al suo apice e al relativo successo commerciale dai Kyuss.

Gli Sleep provarono ad approfittare della situazione, alzando timidamente la mano per segnalare di essere stati i primi a suonare in quel modo. Ottennero risposta dai Black Sabbath che giudicarono in modo lusinghiero la loro cover di “Snowblind” apparsa su una compilation di tributo alla band inglese. La major London Record si fece avanti e cacciò un po’ di soldi per far loro registrare un terzo disco da associare al mercato alternative-rock. Era il tempo in cui le band americane che suonavano distorto potevano far carriera dall’oggi al domani. Pareva davvero abbastanza facile ottenere un contratto milionario: gli addetti ai lavori cercavano nel sottobosco un altro gruppo di pazzi tormentati per replicare il boom commerciale dei Nirvana.

Al, Matt e Chris incassarono l’anticipo della London, affittarono una sala e spesero il resto del budget in droghe leggere. Tipo un paio di chili di erba. Registrarono un’unica lunga canzone. Lentissima. Monotona. Distorta fino allo spasimo. Ipnotica. La portarono da quelli della London dicendo “Ecco il nostro nuovo album, ci abbiamo messo tutta l’anima”. E quelli risposero: “Ma che cos’è questa schifezza?”. Stracciarono il contratto, licenziarono la band e si rivolsero agli avvocati per chiedere una penale di centinaia di migliaia di dollari. Gli Sleep chiesero scusa e si allontanarono indietreggiando. Dopo qualche anno, venne fuori un bootleg con un mix provvisorio di quella registrazione sotto il titolo “Jerusalem”. Un capolavoro di angoscia psichedelica che sconvolse profondamente tutti gli sciroccati che avevano avuto il coraggio o il feticismo di procurarselo. Lentamente, molto lentamente, il nome degli Sleep tornò a essere pronunciato dai musicisti e dagli appassionati di heavy sound. Nacque una sottospecie di culto. Ma il gruppo si era ormai sciolto (Pike aveva formato gli High on Fire, Al e Chris avevano messo su un duo doom-ambient chiamato Om). Nel 2003 l’etichetta Tee Pee comprò i diritti di “Jerusalem” dalla London per far uscire il disco mixato e completo, che nella sua versione ufficiale si chiamava, giustamente, “Dopesmoker”. Le critiche furono buone, le vendite nulle.

Dopo una fugace riapparizzione live nel 2009, la band riprese a suonare insieme nel 2014 per pubblicare una nuova canzone intitolata “The Clarity” per la serie degli Adult Swim Singles, con il nuovo batterista Jason Roeder (già attivo con i Neurosis, una band che deve molto agli Sleep). Sembrava il momento giusto per un riconoscimento, per una rinascita, ma niente, nessuno si fece avanti per produrli, e allora Pike se ne tornò con High on Fire, Al si mise ad ascoltare roba tibetana in veranda e Jason si dedicò alla sua carriera in ambito post-metal, che gli pareva un pochino più sicura. Nel 2017, i tre si chiusero in studio per far uscire un nuovo album. Che è arrivato nell’aprile del 2018 per la Third Man Records di Jack White. Il titolo è “The Sciences”. Sei canzoni di stoner e doom metal, sabbathiane fino al parossismo, ferme all’idea di trance elettrica sviluppata a metà degli anni ’90. Accordatura abbassata, armonici rumorosi, reiterazioni ottuse, tensione devozionale e strane contaminazioni tra gusto ambientale e foga thrash metal. La musica dei Black Sabbath e di Jimi Hendrix gettata in una fossa del deserto a consumarsi e a surriscaldarsi, e poi lasciata evaporare, in olocausto, per raggiungere la lontana atmosfera. Accordi tossici, linee vocali da esicasmo, centomila riferimenti alla marijuana, all’esoterismo, al panteismo, ai Black Sabbath, alla letteratura psichedelica (ricordate il Frank Herbert di Dune?), con tre pezzi che si gonfiano d’acido: “Sonic Titan”, “Marijuanaut’s Theme” e “The Botanists”. E in più la solita carica mistica che si confronta con suggestioni weird di matrice spaziale e fantascientifica. Niente di nuovo. Sempre lo stesso sorriso allucinato e distante, appena meno enigmatico del solito, forse più disponibile (c’entra Jack White, che probabilmente avrà dato un’occhiata al mix finale, regolando i volumi e tagliando qualche feedback).

Intorno crolla il mondo e decade ogni valore, ma gli Sleep suonano con il solito ottenebrato trasporto. Che cosa? La stessa splendida merda di vent’anni fa. Ma non è indifferenza, né ritardo: si sono allontanati volontariamente dal mondo (come suggerisce la copertina) per guardare tutto dalla giusta prospettiva. Il loro meglio lo hanno già dato con “Holy Mountain” e “Dopesmoker”, ma che piacere averli ritrovati e aver capito che quel danno cerebrale occorso dopo anni di abuso di cannabis sia permanente…

[settepiù]

Autore dell'articolo: Giuseppe Franza

cose che mi piacciono: cocacola, nietzsche pre-crepuscolo degli idoli, sonic youth, goleador (alla cocacola), céline, mario bava, controriforma, hegel, le anime morte, penne staedtler permanent, giambattista basile, segnalazioni cinematografiche del centro cattolico, the stooges...

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