Sioux Falls – Rot Forever (Broken World Media, 2016)

rotforever_musicaddictionQuello in copertina potrebbe essere il Vesuvio, ma anche no. La forma è quella, ma dei dettagli, il colore e la funzione di coseno tra bocca del vulcano e punta del monte Somma non mi convincono. Anche i Sioux Falls potrebbero essere definiti un gruppo alternative rock. Ma anche no. Sono un trio americano. Hanno composto e registato “Rot Forever” a Portland nell’estate del 2015. Cioè in un periodo in cui sembrava già del tutto consumato il reflusso nostalgico in cui andavano a tuffarsi molte band per suonare secondo le logiche degli anni ’90 alternativi. La situazione si spiega da sola: bisogna ancora aspettare che tutti si facciano un giro. Poi ci sono i ritardadari e quelli che non sono già saliti ad asciugarsi… Si sa pure in che modo e con quanta scarsa consapevolezza storica quel tipo di rock è stato recuperato e riadattato dai nuovi e giovani interpreti. Ecletticamente, vale a dire, mischiando questo e quello, forzando lo spirito grunge nel modello punk-rock, l’estetica lo-fi nelle dinamiche power-pop e la prospettiva indie nel gusto post-hardcore. Una sintesi rozza, eppure apprezzabile se confrontata alla sterile ricerca di rinnovamento ritmico e timbrico operato all’inzio del nuovo millennio da tutte quei gruppi che hanno voluto fraintendere e idealizzare gli anni ’80.

I Sioux Falls, come tanti altri gruppi simili ai Sioux Falls, intuiscono un magnifico riflesso riverberato da racconti intrisi di rimpianto e mitizzazioni. Sgranano gli occhi quando sentono parlare di mercati indipendenti, alternativa di successo, rinascita del vecchio rock e altri ossimori al giorno d’oggi giustamente impronunciabili. E che ci vuole per farsi una discreta cultura musicale sulla scena punk e grunge della propria città o del proprio Stato? Più facile oggi che ieri. Forse anche comprenderle e giudicarle, senza il fanatismo e la falsa coscienza di genere a cui il pubblico in quel periodo era costretto.

Le voci si combinano e si scontrano, la chitarra arpeggia e stona, s’incendia su incroci che diventano progressioni d’accordi e si fissa su note tristi, la batteria insiste sui piatti lasciando che esprimano un sano e pieno baccano, il basso balbetta tempi hc o sludge o rinnova giretti ottusi e sorridenti come è d’obbligo nel punk-rock. C’è qualche parte acustica, qualche esperimento lo-fi, tanto slancio pop ed essenziale immondizia grunge. Ci sono pezzi di un minuto, altri di sei e passa. In “Copy/Past” quasi quasi si ha l’illusione che gli anni ’90 siano ancora possibili, che malinconia, rabbia, divertimento e coscienza sappiano ancora convivere in una semplice forma di sentimento, non autenticita ma almeno sinceramente confusa e adeguatamente inadeguata.

[seiemezzo]

Autore dell'articolo: La Giustizia

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