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Robyn Hitchcock – s/t (Yep Roc Records, 2017)

Ci sono artisti che non possono fare altro che soddisfare un pubblico di happy few. Quella è la loro dimensione, il loro porto franco, e lì conviene che rimangano. Qualora avessero riscosso maggiore successo o fossero diventati dei veri divi, pur facendo esattamente le stesse cose che hanno fatto, probabilmente avrebbero incontrato solo complimenti di sufficienza e sorrisi di antipatia. Uno di questi è Robyn Hitchcock, che dopo quasi quant’anni di concerti e incisioni sempre di un certo livello, interessanti e ispirati, in pratica, non è nessuno fuori dall’Inghilterra e al di là dell’esercito di antichi sostenitori che videro in lui un nuovo Syd Barrett.

Con il suo ultimo disco senza nome, il ventunesimo solista, l’ex The Soft Boys torna a suonare elettrico e neo-psichedelico, realizzando in pieno un sogno sempre carezzato: quello di presentarsi come un songwriter e un interprete di standard pop inglese che non adonta i suoi estimatori quando suona folk-rock americano e che sa offrire gioielli di melodia, surrealismo, ironia, esistenzialismo, irriverenza, poesia lennoniana e armonia barrettiana godibili a trecentosessanta gradi. Insomma, Hitchcock pare essere tornato ai livelli di “I Often Dream of Trains”, uno dei suoi dischi più riusciti (del 1984), in più, con la maturità, la creatività orgogliosamente acerba e frammentaria del musicista inglese si è trasformata in una sorta di dominio dei talenti e delle opportunità di un artista che sta bene dove sta, che canta quello che vuole, come vuole, cioè senza tradire l’ideale passatista, il gusto per il sound byrdiane e vetero-pinkfloydiano, ma lasciandosi dietro meno puntini sospensivi e idee sprecate o morose.

Il disco arriva tre anni dopo “The Man Upstairs”, che fu un album di ricalibrazione (con cover dei Roxy Music e The Psychedelic Furs), di riavvicinamento al patrimonio culturale ed estetico da cui l’artista fece partire la sua carriera solista alla fine della sbornia post-punk. Questo nuovo lavoro, registrato a Nashville con il produttore Brendan Benson e con una band affiatata e quadrata, rivela affascinanti numeri di quieto psych-rock, educatissime (e un po’ noiose) ballate beatlesiane ed eccentriche malinconie che emergono con potenza elettrica dalle melodie provvisorie e agitate dell’esperienza, dell’immaginativa e dell’inquetudine di Hitchcock. Succede quindi che il doloroso e confuso processo di composizione, formazione e deformazione delle idee trovi un’evoluzione apparente nell’ideale di canzone perfettamente imperfetta.

La partenza non è eccezionale: il pigro e sbiadito glam bolaniano intitolato “I Want to Tell You What I Want” è infatti il momento più trascurabile del disco. Un esercizio di vecchio stile, uno studio annoiato di pop-rock per chitarra elettrica e note allungate, niente di più, niente di meno. Funzionano assai meglio i numeri pop-psichedelici e veloci, come “Virginia Woolf”, “Detective Mindhorn”, “Time Coast” e “Mad Shelley’s Letterbox”, con tutte le stonature al punto giusto, i riferimenti epici alla vita sociale e antisociale inglese e alla letteratura e i ragionamenti sulla morte, sull’arte e sulla follia. Girano come si deve anche le canzoni più “americane” come l’honky tonk minimale di “I Pray When I’m Drunk” e il dolce folk con pedal steel “Sayonara Judge”. Dal punto di vista sentimentale e formale, la canzone più ricca dell’album è “Raymond of the Wires”, un ode al papà, che fu romanziere e vignettista. Come Robyn, insomma, che da sempre crea racconti di vita e letterature minime per il suo pubblico di fedeli e simpatizzati (i pochi ma buoni), e si preoccupa di inserire sempre qualcosa di sbagliato per allontanarsi dall’apprezzamento comune, che siano insistenze, paranoie, surrealismi, eccessivi preziosismi e sciatti formalismi, o crudeli critiche e sfottò rivolte al mondo. Hitchcock sfottere da quarant’anni il mercato musicale e se stesso, per rendere tutto un po’ più sopportabile.

[settemeno]

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