Retribution Gospel Choir – 3 (Chaperone, 2013)

Retribution Gospel Choir - "3" (Chaperone, 2013)Il pensiero umanistico non può sempre strutturarsi su prove scientifiche, misurazione, calcolo ed esperimento riproducibile. Per questo si presta all’immaginazione come strumento teorico. Per esempio, in logica e filosofia si usa spesso un ragionamento chiamato controfattuale… Immaginare cosa sarebbe successo se… Tipo, cosa sarebbe successo se Napoleone non si fosse spinto in Russia? Che fine avrebbero fatto i Beatles se Lennon non si fosse innamorato di Yoko Ono? Tale logica serve a comprovare il vero alla luce di avvenimenti passati e ipotizzare il possibile in base all’immaginabile. Si tratta dunque di ricavare giudizi sulla natura di un fenomeno giocando sul modo di esplicarsi, le contingenze, il caso e tutte queste cose così… Facciamo un altro esempio. Come avrebbe suonato oggi Neil Young se fosse nato negli anni ’60 o nei ’70 e fosse cresciuto col post-rock?

Ecco, per quest’ultima ipotesi c’è un riscontro intitolato “3”, come l’ultimo disco dei Retribution Gospel Choir, ovvero Alan Sparhawk e Steve Garrigton dei Low più Eric Pockard (alla batteria) e Nils Cline (ospite alla chitarra in “Seven”). Da più parti si è infatti detto che questo disco assomiglia molto al suono degli album anni ’70 di Neil Young, ed è vero. Si respira aria americana, polvere desertica, gas e inquinamento di riverberi e feedback… ma oltre all’infinita ballad statunitense qui c’è un surplus di hard-rock, post-rock agguerrito, stoner, e pop semiprogressivo à la Peter Gabriel. Alan Sparhawk, quando non è nei Low, mostra i muscoli e una cattiveria che Neil Young non potrebbe avere, per questioni sostanzialmente anagrafiche. Ma, come ben sappiamo, la contemporaneità non è sinomimo di evoluzione. Così il Neil Young filtrato dai Low più moderni e più “rock” del progetto Retribution Gospel Choir non potrà mai accostarsi al valore storico, contenutistico, formale e creativo del vero (puro) Neil Young… Un disco come “Americana”, uscito nel 2012, registrato quindi da un Young anziano e volutamente reazionario, suona mille volte più duro, viscerale e potente di “3”. Quindi basta fare paragoni del genere. Come vedete le conseguenze logiche indicano chiare contraddizioni.

Ma torniamo ai RGC. La voce di Sparhawk è immediatamente riconoscibile e caratterizza i brani anche quando sepolta in un mare di effetti. Una voce che accompagna la musica verso una deriva sonica che sa essere melodica (“Seven”), psichedelica e potente (“Can’t Walk Out”). Bellissime le chitarre. Il resto è maniera. Ma ci accontentiamo. Siamo in un medioevo musicale che ci fa apprezzare pure dischi sciatti come questo “3”. E ci scusi Young per averlo tirato in ballo un po’ troppo.

[sei]

Autore dell'articolo: Giuseppe Franza

cose che mi piacciono: cocacola, nietzsche pre-crepuscolo degli idoli, sonic youth, goleador (alla cocacola), céline, mario bava, controriforma, hegel, le anime morte, penne staedtler permanent, giambattista basile, segnalazioni cinematografiche del centro cattolico, the stooges...

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