Puce Mary – The Drought (PAN, 2018)

Un esempio lampante di involuzione del concetto di ricerca in musica ci viene offerto da Puce Mary, moniker industrial-noise dell’artista danese Frederikke Hoffmeier e il suo ultimo lavoro “The Drought”. Nove tracce di industrial, ambient e drone rumorosissimo e tragicissimo, spesso così da austere e convinte nel proprio procedere da assomigliare a parti monche di una suite di Wagner letta al contrario e suonata con i feedback. Ci si perde in pochi secondi e ci si arrende sbigottiti al parossismo di espedienti tecnici e drammatici che vogliono sostituirsi alla nuda potenza del suono. Il progetto è quello di trasportare l’estetica noise nel nuovo millennio, a contatto con l’electroacustica più aggiornata, con l’enfasi digitale in hd del power electronic, con l’antica mistica del free-jazz spirituale e con la poesia decadente. Ma a meno che non si rinunci a giudicare la musica di ricerca in termini di esperienza artistica, qui siamo finiti del tutto fuori strada. La musica va giudicata come musica, e non attraverso valori di altri modi di espressione: la bellezza scenografica del teatro, la concettualizzazione del romanzo, la messa a fuoco del dipinto, i tempi del dramma…

Puce Mary prova a mettere insieme un concerto di rumori intelligenti e strazianti che suggeriscono speculazioni psicologiche, droni evocativi di storie, incubi, ossessioni e illusioni, sound collage mimetici, sospiri che fungono da didascalie emotive e schegge avvelenate da concrete music, ma non sembra mai così facile indicare e apprezzare gli equivalenti di tutti questi termini extrasonori senza appigli forti, sensati nella dinamica musicale. Il noise stesso, inteso come rottura massima del piano ordinario della musica armonica, non ha mai voluto liberarsi dal contesto prettamente musicale in cui è nato, perché capisce di avere ancora bisogno di un fondamento (nel tempo, nel timbro, nel ritmo, nella dissonanza). Qui il fondamento non c’è, ma c’è una gigantesca impalcatura concettuale e poetica edificata per nasconde la vacuità sostanziale della proposta.

L’angosciante e decadente concept industrial di Puce Mary è un’epopea noise che si dice tutta sostanza di tormento, quando in realtà suona come pura apparenza di dolore e disperazione. Non c’è nulla di nuovo o di coinvolgente, nulla di toccante o sconvolgente. Diciamolo: è una palla presuntuosa. Da non sopravvalutare. La copertina invece è bella.

[cinquemenomeno]

 

Autore dell'articolo: Francesco Munista

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