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Perfume Genius – No Shape (Matador, 2017)

Magari un giorno la produzione di Perfume Genius diventerà un riferimento a sé, come un luogo comune di qualità e ricerca musicale. Nelle recensioni leggeremo cose tipo “questo brano ricorda un po’ la lirica art-pop di Mike Handreas”, oppure “si sente l’influenza dell’audace avant-glam di Perfume Genius”; “una melodia carnale come in Perfume Genius” e così via… Se questo dovesse mai accadere, cioè se mai Perfume Genius dovesse diventare un’icona tipo Antony o Thom Yorke (dispobile a ogni tipo di sensibilità), potrebbe essere proprio a causa di “No Shape”, il disco in cui Handreas sublima la propria ricerca tonale e musicale in un pop sperimentale più quieto, sensuale e svelato. Insomma, Handreas è finalmente venuto fuori dal recesso delle mere intenzioni e dai lividi tentativi di pura indipendenza: c’è meno spazio per le dissonanze industrial, per le macchie nere di correzione e corruzione e per i tribalismi alientanti che caratterizzarono “Too Bright”. Qui le forme e le strutture diventano più pure, restaurando un gusto baroque-pop e contemplativo che sembrava essere stato messo da parte, e le melodie prendono coraggio, soprattutto quando si abbinano a tematiche quasi svenevoli e insopportabilmente romantiche, anche se i testi continuano a insistere, seppur indirettamente, su ossessioni morbose, disperazioni fisiche ed emozioni pornografiche.

Handreas non ama particolarmente affidarsi a partiture delicate e armonie ordinate: è uno spirito barocco che teme i silenzi, le linee troppo brevi e le sensazioni troppo chiare e dirette. Le sue melodie somigliano a pianti in cerca di esaltazione e mitizzazione, e in certi casi sono molto efficaci nel rendere il dramma dell’infelicità continua, da cui ci si può distrarre, da cui si può stillare qualche goccia di orgoglio o di romanticismo, ma che alla fine infierisce oltre misura su tutto il resto e crea un sospetto inconfutabile di condiscendenza. Con “No Shape” però gli arabeschi strumentali e vocali vengono sapientemente limitati, così come i chiasmi e le scelte poetiche più violente: Mick parla di amore e di vita partecipata, si lascia trasportare dalle sensazioni e dalle emozioni dell’innamoramento e scaccia quasi tutti i fantasmi del passato (la depressione, le crisi esistenziali, la tossicodipendenza, i lutti…). Con il produttore Blake Mills (già al lavoro con Fiona Apple), Perfume Genius si apre per lo più alla costruzione di atmosfere apparentemente sfacciate, sia nell’estroversione (brillantezza, vivacità) che nella intensificazione della disposizione negativa (l’essudato di lirismo che si accumula anche nelle parti più ritmate, come succede in “Wreath”), in cui si rivelano ragioni intime e compiaciute ammissioni di fragilità come bilanciamenti prospettici e solchi di direzione emotiva attraverso cui seguire l’evoluzione del senso reale dell’opera, oltre la fuorviante illusione di curiosità, mobilità e sovrabbondanza spirituale che può suggerire un ascolto supeficiale.

Le canzoni, organizzate su arrangiamenti pieni e spesso invadenti, suggeriscono maggiore bellezza quando, più in profondità, filtrano ancora rappresentazioni meditabonde e inquietanti di indisposizione morale, artistica ed esistenziale. Sembra invece meno sincero e ispirato lo scacco del tono artistico e intepretativo, quando la musica si incanta su posizioni liriche, su forme da ode o inno alla passione, alla coscienza sessuale e alla felicità dell’appetito sentimentale.

Nell’iniziale “Otherside” l’esplosione espressiva di luce e riverbero, con le armonie magniloquenti e la potenza strumentale ed elegica para-sinfonica vale solo come artificio retorico per creare la giusta prospettiva simbolica e allontanarsi dalla struggente e patetica realtà (che, comunque, Perfume Genius continua a evocare, esorcizzare e fuggire). Le parole vibrano come suggestioni dolenti su basi languide e senza corpo, il suono electro-pop incontra l’ambient, il pop-rock sofisticato e manierista del primissimo Bowie, il soul-blues del nuovo millennio, il valzer sintetizzato, l’R&B sperimentale, il chamber-pop, il neoclassicismo e una sorta di synth-wave pensata per essere ogni volta contrastata dall’umanità del pianoforte, dei violini, dei sospiri e di profondi bassi jazzati. Il primo colpo arriva dal groove lezioso e dai toni ombrosi (da ricollegare all’umore del disco precedente) della bellissima “Slip Away”, così cupa nelle strofe e così coinvolgente e appassionata nel ritornello… Una melodia che di sicuro avrebbe tentato lo spirito di ANOHNI e reso orgoglioso Prince. Poi gli strumenti si sovrappongono in una disperata e vezzosa compresenza di frequenze per far muovere l’elegante erotismo di “Just Like Love” e meditano e dissertano intorno a una nuova forma di baroque-pop, molto solenne, molto ricchione e molto contaminato. Handreas prova evoluzioni canore, mostra con coscienza e naturalezza i propri limiti (la voce che stona o si incrina, che diventa il sentimento cantato o che piange) e si ritaglia momenti di parziale minimalismo in cui elevare il proprio messaggio di malcelata angoscia e incertezza, come in “Choir”, “Fie 4 You” e la conclusiva “Alan”, ballate tragiche e un po’ sdolcinate, ma tutte dotate di grande intensità e umanità. Degna di nota è anche la collaborazione con Weyes Blood in “Sides” (ancora una volta affogata in un mare di flauti, droni gentili, tastiere allungatissime e morbidi violini). “Go Ahead” punta sul ritmo e suona molto più a fuoco, più comunicativa e suggestiva.

Ciò che infastidisce e corrompe il tentavivo estetico di normalizzazione del cantautore è la gestione strutturale e cromatica della produzione. L’art-pop di Perfume Genius è troppo artefatto, troppo artificioso e affettato. Lo è sempre stato, ma qui la saturazione diventa persino compromettente e ributtante. Gli arrangiamenti non premiano l’anima tormentata e crepuscolare di Handreas perché costellati di momenti di fasulla riflessione e profondità e perché animati da un decadentismo stanco. Le musiche, che dovrebbero suggerire e non dire, affondano la poesia tragica della melodia per mezzo del pesante estetismo ambientale e sentimentali di archi celebrativi, tastiere e sintetizzatori gravi e riverberi oltre misura.

[sei]

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