Paco Sala – The Silent Season (Denovali, 2017)

I Paco Sala sono un duo britannico giunto al quinto disco nel corso del mese di marzo del 2017.

La copertina di “The Silent Season” è lo stralcio della prospettiva di un’architettura razionale, un genere di immagini affiancato sempre più spesso alla musica cosiddetta sperimentale. Certo, non vogliamo fermarci a criticare la poetica delle apparenze e delle associazioni sistematiche, ma ammettiamo che l’impressione di base non ci dispone favorevolmente al prodotto in sé.

I Paco Sala presentano la loro “stagione silenziosa” come il risultato di tanta chirurgia, droghe pesanti, isolamento e regressione a uno stato primitivo. In pratica, l’album è figlio di un periodo di stasi fisica e morale, nonostante il disco sia stato concluso a Berlino, uno dei centri più turbolenti ed emotivamente trascinanti del mondo.

Leggo il comunicato stampa. Assomiglia a un fiume di parole e immagini che trascina via il senso della questione. Tante ulteriori apparenze, come la copertina, tutte ben storicizzabili e ideologicamente significative. Poi, quasi per caso, scopro una piccola una grande verità: il disco presenta numerosi elementi pop. Ed è proprio così. Tuttavia, ascoltando tracce come “Goldie” e “Trooper”, si capisce come il riferimento non riguardi il pop in generale, ma elementi noti o familiari della sperimentazione produttiva contemporanea, cioè quei suoni che in campo elettronico, dance ed elettroacustico si configurano ormai come pop, poiché stra-utilizzati.

Il disco sembra un gigantesco tappeto sonoro, con trame precise e talvolta preziose, incidentalmente alterate da qualche filo di glitch (“California”) e da nodi armonici e melodici imprevisti, come ricordi di una tradizione ormai giustamente codificabile come pop, come succede con le sonorità quasi drammatiche di “Su-pont”. Per fortuna, nessuna traccia rispetta la promessa del comunicato a proposito di elementi di “hip hop avant garde”.

“The Silent Season” è un disco elettronico costruito con stile e ragione, qualche macchia no-wave, un piccolo accenno industrial e qualche rimembranza italo-disco. Non genera senso di spiazzamento perché non include suoni fastidiosi o irruenti, sfregi forzati alla musicalità o all’equilibrio ritmico, come spesso accade in lavori appartenenti a questo genere. Ciò non implica un risultato bollabile necessariamente come easy-listening, se non per brani come “MS2000R workout nmbr1” e “Your House”. Anzi, vi dirò… Secondo me i Paco Sala non sfigurerebbero affatto nei festival patinati sulle terrazze veneziane o nelle gallerie berlinesi, insomma in quei posti frequentati dai grandi ruffiani e dai intellettuali vestiti di nero.

[sette]

 

 

Autore dell'articolo: Ambra Benvenuto

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