Oneida – Romance (Joyful Noise, 2018)

Se ne potrebbero raccontare di cotte e di crude sulle nuove undici tracce degli Oneida, se non altro che per la naturale intermittenza dell’ardore sfavillante del loro rock rumoroso, che un po’ incendia e un po’ riscalda, un po’ divampa e un po’ si smorza, consegnando al pubblico roba così così, in certi casi pronta e ben prodotta, in altri quasi buttata lì.

Dal mio bacato punto di vista, gli Oneida vanno rispettati a prescindere, anche se non sono più o non sono riusciti a essere fino in fondo la band che promettevano di essere. Quando sono in vena, non credo sia esagerato considerarli tra gli ultimi musicisti capaci di fare rock (ovvero di essere duri) e roll (cioè di muoversi con il ritmo giusto). Poi, c’è da considerare l’età. La loro e la nostra. E c’è da mettere in conto il fatto che la loro ricerca non è più ricerca da ormai troppo tempo. Forse non capisco o non voglio capire chi continua a venerarli come eccellenza. D’altro lato non posso e non posso credere a chi li dà per spacciati. “Romance” dimostra che gli Oneida sanno passare dal meraviglioso alla cacata nell’arco dello stesso minuto. Dunque rimangono sostesi, in sé stessi, e nella nostra inutile volontà di giudizio.

Il primo pezzo del nuovo disco, “Economy Travel”, è un fuocherello di paglia sintetica, con schemi minimali su rattoppi analogici e bei ricordi da krautismo assolutista declamati con opportuna noia. Il giochino funziona meglio con “Good Lie” e “Bad Habit”, grazie all’importazione più giovane ed elettronica. “All in Due Time” ha molti suoni interessanti e un paio di effetti molto belli, ma in generale esplica un’estetica troppo vecchia e fintamente coinvolta. L’ispirazione è sempre krauta, ma manca la libertà o l’illusione di libertà. “Cockfight” ha più forza e violenza, una potenza che per i nostalgici potrebbe essere un bene, cioè un male: cioè un abbaglio. Picchia forte e ossessiva anche “Reputation”, con ottimo lavoro da parte della sezione ritmica e soluzioni di eco che, una volta tanto, sembrano studiate e funzionali. La psichedelia sballatissima di “Shepherd’s Axe” sfiora un apice, ma il senso è trascinato per le lunghe e dopo quindici minuti mostra tutti i limiti e gli acciacchi dei musicisti.

Alla fine del disco rimane qualcosa. Forse l’arrischiante invito al ritiro o la speranza di una risurrezione. Già, c’è un po’ di tramonto e un po’ di alba in “Romance”. C’è il cotto e il crudo, come dicevamo. Ma non continueremo a dire. Ci accontentiamo, e parzialmente apprezziamo.

[settemenomeno]

 

Autore dell'articolo: Giuseppe Franza

cose che mi piacciono: cocacola, nietzsche pre-crepuscolo degli idoli, sonic youth, goleador (alla cocacola), céline, mario bava, controriforma, hegel, le anime morte, penne staedtler permanent, giambattista basile, segnalazioni cinematografiche del centro cattolico, the stooges...

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