Nduduzo Makhathini – Ikhambi (Universal, 2017)

Nduduzo Makhathini è un pianista sudafricano, considerato dagli intenditori di nuovo jazz (cioè da gente giovane che cerca gente nuova che suoni roba vecchia senza tradire lo spirito dei morti eccellenti che fecero la storia del genere mezzo secolo fa e più) come uno degli strumentisti migliori della sua generazione. Tecnicamente siamo a livelli altissimi, soprattutto in termini d’improvvisazione, afflato lirico e agilità ritmica. Ma c’è di più, Makhathini è anche un autore e un bandleader di spiccato talento. Ha più o meno trentacinque anni e registra dischi suoi dal 2014. In quattro anni ne ha già incisi otto. Tutti belli. Ma quest’ultimo, “Ikhambi”, più bello degli altri.

L’ispirazione è dichiaratamente e orgogliosamente spirituale, come capitava a Coltrane, Ayler, Sanders e agli altri giganti del free-jazz, con la differenza che qua si guarda alla mistica cristiana, al messaggio salvifico della croce e al rapporto umanissimo dello spirito con il peccato e le sofferenze terrene. Del Sudafrica si respira una lontana e malinconica atmosfera ritualistica, attraverso riferimenti alla cultura e ai balli Zulu e alla poliritmia. Il resto è virtuosismo piegato alla ragione poetica e catartica di un artista che mira a suonare il sacro per il sacro. Come in una celebrazione. Attorno al pianoforte si intrecciano suoni affascinanti di sassofoni, tromboni e voci (Makhathini sa pure cantare e sa organizzare cori da chieda, molto coinvolgenti), potenti partiture ritmiche (il batterista è il migliore del gruppo, dopo il bandleader). Makhathini sa fare tutto. Sperimenta il verbo free-jazz senza timori, in suite trascinanti e imprevedibili, cariche di accenti erotici e vitalistici, poi si butta sulla contemplazione pura e religiosa, prima attraverso note blues, poi con atteggiamenti totalmente spiritual o gospel, in fine con la rabbia iconoclasta dello sciamano in estasi. Quando privilegia le partiture più dolenti e lente, come nell’iniziale “Amathambo”, il suo piano acquista una forza incandescente che lo pone ai livelli dei già citati morti eccellenti di cui tutti sentiamo una grandissima mancanza. Con la differenza che quei morti, in vita, facevano cose mai sentite e tentavano strade di sviluppo e apertura, di pura comunicazione. Qui, invece, il vivo, in pantomima di morte, cerca di resuscitare uno spirito che non può essere resuscitato, provando a parlare attraverso parole e concetti antichi.

Così funziona il jazz contemporaneo, anche nelle sue incarnazioni più entusiasmanti e incoraggianti. Lo studio e la codificazione della tecnica jazz è un esercizio meramente pratico che assomiglia alla conservazione, all’imbalsamazione e alla mummificazione di un cadavere. Chi ha a che fare con queste cose si illude di stare a contatto con il mistero profondo della vita e con il sacro, di prestare la propria intelligenza a un’attività serissima e moralmente elevante. In realtà sta soltanto contaminandosi con la morte e il feticcio. Nei conservatori, nei festival e nelle case di produzione si celebra un eterno funerale di un deceduto, che sarebbe più giusto e più pietoso lasciare sotto terra a consumarsi definitivamente. Sperando che dalla decomposizione nasca qualcosa di veramente nuovo. Ok, c’è il rischio di perdersi in un discorso troppo complicato o troppo stupido, ma immaginate uno come Makhathini libero di fare una musica altra, davvero sua…

[sette]

 

Autore dell'articolo: Giuseppe Franza

cose che mi piacciono: cocacola, nietzsche pre-crepuscolo degli idoli, sonic youth, goleador (alla cocacola), céline, mario bava, controriforma, hegel, le anime morte, penne staedtler permanent, giambattista basile, segnalazioni cinematografiche del centro cattolico, the stooges...

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