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Nathan Fake – Providence (Ninja Tune, 2017)

Non importa se l’offerta musicale sia in o out, originale o sorpassata, ispirata o forzata a cazzotti. Conta il marketing, la pubblicità e la forza dell’hype. Le etichette conoscono centinaia di modi per ribaltare i giudizi comuni e resuscitare i morti. Potremmo spiegare il meccanismo raccontando di ciò che ha fatto la Ninja Tune con Nathan Fake, producer britannico trentenne, già dato per spacciato dopo tre dischi di electro gentile e post-techno ambientale e lagnosa: quella roba di atmosfere emozionate e dolenti, con glitch come accenti tonici e beat in sottofondo per aggiungere un po’ di ansia. Ci siamo capiti: è quella roba che dieci anni fa tutti amavano e apprezzavano, anche fuori dall’electro, ma che oggi viene accolta come una peretta di jella. Insomma, Fake si è bloccato nel 2012, dopo un promettentissimo quinquennio di singoli acclamati da pubblico e critica, remix d’eccezione, amicizie e collaborazioni eccellenti, tipo con James Holden e Radiohead. In due o tre mesi, un po’ per depressione personale, un po’ perché vittima della cesura estetica, è finito nel dimenticatoio.

La Ninja Tune lo ha recuperato per le orecchie e gli ha commissimonato un disco, consigliandogli di aprirsi al mondo e di confessare tutti i propri tormenti senza alcuna inibizione. Sono arrivate le prime interviste in cui Fake ha spiegato come ha sofferto negli ultimi cinque anni, chiuso in una disperata crisi artistica ed esaurito da un’estenuante serie di djset, live e nottate nei club. Poi qualcuno gli ha buttato tutti i synth e i programmi che usava per fare musica. Perché era roba vecchia, tecnologia già desuenta, e la rinascita doveva passare per forza per un rinnovamento formale. “E cosa devo usare? Quali sono gli strumenti nuovi?”, ha domandato il producer. “Quelli ancora più vecchi!”, gli hanno risposto quelli della label. “Tipo?”, ha chiesto lui. “Tipo quelli degli anni ’90. Cosa usavi quando hai iniziato a smanettare?”, hanno detto loro. “Boh, credo un Korg Prophecy, ma è una macchinetta, un giocattolo…”, ha commentato l’artista. “Benissimo, usa quello. Fa molto effetto nostalgia ed è molto cool.”, hanno concluso i boss.

L’idea fondamentale su cui si basa la redenzione artistica di Fake sta nella complicazione. Bisognava sorpassare l’ostacolo e rinnovare il vecchio suono. E il modo più semplice per ottenere un risultato soddisfacente era ovviamente mischiare le carte, creare un po’ di confusione. Così l’electro bucolica di Nathan Fake è diventata un mostro di colori, ombre, atmosfere cupe e melodie da rivoluzione. Con riferimenti alla space-disco tedesca anni ’80 (“feelings1”), alla trance pseudo bjorkiana mischiata con l’eurodance anni ’90 (“RVK”), all’indietronica più rumorosa (“SmallCityLights”) e alla progressive house (la titletrack). La base è il vecchio synth, da cui vengono fuori partiture e atmosfere tanto ariose quanto ansiogene, poi ci sono anche le distorsioni, le chitarre, i campionamenti e i processi di segmentazione e giustapposizione di beat ultracontemporanei, da electro hi-tech. Qualche brano è effettivamente bello, come “Degreelessness” con il featuring di Prurient, e contiene in sé molte cose: la forza, la dignità, la strafottenza, l’angoscia e la paura di chi ha toccato il fondo. Il sound è stato migliorato, si sente, c’è uno studio e una coerenza artistica… E i riferimenti si sono ampliati e approfonditi rispetto al passato, ma non c’è nulla di naturale o di autentico. La provvidenza è artificale e la rinascita solo un forte calcio in culo.

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