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Nadiè – Acqua Alta a Venezia (Terre Sommerse, 2017)

Da un bel po’ di anni a questa parte alla gente piace sputacchiare su Venezia. Fateci caso: la città lagunare è utilizzata in qualsiasi contesto, in ogni occasione e senza alcun rispetto come emblema di morte, putrescenza, stantio e falsità.

A riproporre il giochetto retorico sono anche i Nadiè, che per esprimere il loro giudizio sulla situazione attuale del nostro Paese scelgono il riferimento simbolico del picco di marea ricorrente nella Serenissima, questo luogo comune assoluto di metafore rancorose, pregiudizi e condanne ecologiche, politiche e sociali. I Nadiè, almeno, guardano sicuramente la cosa con la giusta prospettiva: arrivano dall’altra parte dell’italia, sono una band siciliana, giunta al secondo disco lungo e abbastanza apprezzata dal pubblico indie. Tenete pure presente che “Acqua alta a Venezia”, questo il nome dell’album, è uscito per Terre Sommerse / La Chimera Dischi. Quando si dice l’ironia del caso.

In un’epoca in cui esprimersi artisticamente significa necessariamente preoccuparsi anche della propria immagine, soprattutto di quella online, è utile cercare di capire come intendono porsi i Nadiè, cioè in che modo si autopubblicizzano. Possiamo farlo leggendo il comunicato stampa di “Acqua alta a Venezia”… Secondo tale documento, il motore di questo album sarebbe la rabbia. I dieci brani si presentano come istantanee di un Paese ridotto ai minimi termini per quanto riguarda moralità e valore etico: “dovremmo sentirci offesi tutti”, dicono, perché qui “si applaude ai funerali” e via discorrendo… Insomma, per quanto uscito nel 2017, il disco propone delle fotografie (istantanee, ma con sviluppo) in bianco e nero, molto drammatiche, quasi neorealiste, piene di quel moralismo indignato e vittimistico, di quei triti e ritriti, che le acque alte di Venezia hanno sommerso già un paio di decenni fa. Come se poi il rimedio all’amoralità fosse fare la morale.

A parte gli accenni al panorama politico, ribadite con una certa prosopopea in “Bandiere a mezz’asta”, nel disco ci sono molte canzoni-considerazioni sul tema del disfacimento delle relazioni, come “Gli sposi” e il brano che dà il titolo al disco. Si parla dunque di crollo degli antichi valori, a livello interpersonale, tribale e nazionale.

La musica proposta dalla band suona come un riassuntino dei primi Afterhours e degli ultimi Marlene Kuntz, un po’ rimasticati e rimescolati. Cioè c’è molta rabbia, e dietro questa rabbia, ci sono le pretesa di voler spiegare come stanno veramente le cose. “Acqua alta a Venezia” ha molto in comune con gli Afterhours, soprattutto per quanto concerne voce e chitarra. Si aggiunge giusto un pizzico di sonorità à la Verdena in “Solo in Italia si applaude ai funerali”, va’ (la voce è di Giovanni Scuderi, il quale suona anche il piano e la chitarra; altra chitarra è quella di Francesco Gueli). Proprio come nell’ormai celeberrima band milanese guidata da Manuel Agnelli, a parte in alcuni brani come “La bionda degli Abba”, il basso (di Gianpiero Leone) ha veramente pochissimi momenti di gloria, e si limita al compitino più basico e umiliante, così come la batteria (di Alfio Musumeci).

Insomma, i Nadiè intendono farci aprire gli occhi su un’alluvione che ci sta colpendo, su uno tsunami di ignoranza, cattiva religione, malcostume, scarsa qualità della vita, ggiovani d’oggi su cui scatarrare perché fuori controllo, cafoni e discotecati, eccetera. Eccola l’acqua alta che sta sommergendo questa nostra Venezia quotidiana. E ciò che riesce a emergere oltre alla presunzione degli interpreti è la volontà di resistenza o di stare a galla di chi si oppone al sistema dominante… Gli impegnati. Come i Nadiè, che in un certo senso suscitano diverse riflessioni su chi desidera scrivere musica con testi “impegnati”, oggi, in Italia, senza sfociare in “cantautoratismi” pretenziosi. In un passato non troppo lontano ci sono state diverse band non necessariamente appartenenti al pop che sono riuscite a raccontare qualcosa del disagio di vivere, presentandoci generazioni, ritratti di uomini, di città e di situazioni (senza volersi riferire a chissà quale grande gruppo colto: i Prozac+ hanno portato alla luce problematiche di non poco conto senza atteggiarsi a maestri di vita e adottando uno stile diretto).

Questa recensione è un po’ cattivella, lo so. Il fastidio che provo non dipende tanto dalla musica o dall’atteggiamento della band, quanto dal cattivo utilizzo di tematiche, come detto trite e ritrite, esposte con parole che non significano più nulla e che non hanno attinenza alcuna con la realtà e che quindi risultano doppiamente false, forzate, retoriche…. I concetti espressi in alcune di queste canzoni mi ricordano tanto i discorsi da radical chic di quei giovani alternativi che criticano gli abitanti del proprio paesello ma non riescono a resistere all’impulso di uscire nella stessa piazza, in mezzo alla stessa gente, ogni sera.

Non si intende, dunque, accusare il proposito di voler partecipare al dibattito su come migliorare questo Paese. Il punto è che non c’è bisogno necessariamente di produrre un disco per ribadire certe scialbe ovvietà e che nella musica oltre ai mezzi tecnici e alla formula stilistica contano le idee, le prospettive e il coraggio.

[quattro]

 

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