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Mastodon – “Emperor Of Sand” (Reprise Records, 2017)

A distanza di tre anni dal precedente “Once More ‘Round The Sun”, arriva il nuovo album dei Mastodon. Il quartetto americano, tanto pirla e goliardico quando si tratta di divertirsi e di sballarsi, mette tutta la sua serietà nella musica, scrivendo un disco che è un concept (come quasi tutti i loro album, ormai) sul tema della malattia terminale (il cancro che ha ucciso alcuni loro familiari), della sopravvivenza e della morte. Allegria!

In realtà, i brani dei Mastodon non hanno mai brillato per allegria, sono sempre stati molto legati a tematiche “pesanti”, ma non per questo la loro musica non ha potuto abbracciare comportamenti e video esilaranti o sopra le righe (“The Motherload”, e il recente “Show Yourself”), come anche nei video promozionali legati al loro nome (da vedere i vari clip che presentavano il disco in attesa che uscisse, alcuni dei quali genialmente idioti). Il disco è in generale un buon disco, certo inferiore a un capolavoro come “Crack The Skye”, magari anche per una ricerca di immediatezza (la già citata “Show Yourself”, piuttosto semplice), ma in ogni caso si fa ascoltare e trascina quando serve. Già “Once More…” era molto meno ricercato come sound e strutture, qui siamo a un ulteriore passo indietro.

Iniziando ad ascoltare il disco, la prima impressione è che lo sludge degli esordi viene tenuto un po’ da parte, purtroppo, in favore di uno stoner rock e  psichedelia legati molto al tema del deserto (la storia del disco riguarda un uomo perso nel deserto, condannato a morte da una malattia incurabile). Quindi via a voci pulite, chitarre suonate sugli alti registri, riff da mandare facilmente a memoria, e tiriamo il freno a mano sulle asprezze, le sonorità aggressivamente “low”, i tempi assurdi, i riff impossibili da suonare. Ecco che ci troviamo a pensare a una svolta commerciale, a gridare “Venduti!”. Non sia mai i giovani d’oggi trovassero troppo complesso il disco, no? Certo, la potenza, la qualità, il pathos, ci sono ancora, ma non così elevati come in precedenza. Peccato, perchè ormai i nostri barbuti (3 su 4, almeno), ci avevano abituato bene. Forse troppo bene.

Andando avanti nel disco, però, la qualità sale. I primi pezzi risultano i più fiacchi, con la maggior parte dei difetti citati prima, lasciando quindi stupito l’ascoltatore, che dopo un inizio sufficiente, trova il meglio solo dalla quarta traccia in poi. Peccato quindi che non tutti i pezzi siano all’altezza di pezzi come “Steambreather”, molto più legata al passato glorioso (sempre però dotata di un ritornello memorizzabile immediatamente), o la tripletta “Ancient Kingdom”, “Clandestiny” e “Andromeda”. Buona anche la chiusura di “Scorpion Breath” e “Jaguar God”. A conclusione del disco, quindi, ci chiediamo ancora di più il perché di quei primi 3 pezzi così fiacchi.

In sintesi: un buon disco se non si tiene conto dei capolavori del passato, un po’ come accade con tante altre band dopo qualche anno di carriera. Se questo fosse un disco di un nuovo gruppo, sarei stato più clemente, probabilmente, ma dai Mastodon mi aspettavo sinceramente di più.

[Voto: 7 (tenendoci un po’ larghi, per simpatia)]

 

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