Marlene Kuntz – Lunga Attesa (Sony, 2016)

digi01Se la musica dovesse basarsi su principi e non su sentimenti, immaginate quanto caro e moralmente gravoso sarebbe potuto essere questo nuovo disco per i Marlene Kuntz… Coloro che, scontentando gran parte del pubblico e della critica, hanno per lunghi anni difeso e perpetuato una necessaria distanza poetica dai loro estatici e rumorosi esordi, in nome di un’evoluzione consacrata all’integrità, alla libertà espressiva e alla ricerca di una bellezza non sempre amata o condivisa da chi ascolta, e che poi sono tornati ad abbracciare proprio quel sound originario, producendo un miracolo minore di compiuta potenza e inebriante impeto.

Godano, il sensibile e orgoglioso discepolo italiano di Cave, cerca di affrontare e disinnescare il discorso in chiave lirica, attraverso il titolo e poi con alcuni rimandi retorici piuttosto diretti. Di sicuro, prosaicamente o in dialettica, mai ammetterebbe il compromesso con la nostalgia o la volontà di quietare le pressioni del vecchio pubblico. Parlerebbe ancora di spontaneità, liberante intervento di ispirazione e indifferenza nei confronti del parere degli altri. Alzerebbe un po’ le spalle e con una smorfia annoiata aggirerebbe l’argomento. Dopotutto, la faccenda è facilmente risolvibile entro il dominio delle emozioni e dell’impetuosa espressività che il gruppo riesce ancora a comunicare e gestire dopo tanti anni di carriera. Facciamo allora che sia già caduto ogni malizioso discorso sull’abiura e la sconfessione estetica ed esorcizziamo, noi per loro, la natura dell’eventuale remora…

“Lunga Attesa” recupera l’urgenza, il cinismo e la potenza del rock distorto e travolgente lasciato in sospeso a inizio nuovo millennio con “Che Cosa Vedi”, reinterpretandone lo slancio e il contenuto contraddittorio con finezza nervosa e ieratica stilizzazione punk. Un disco che raccoglie la minaccia e la disperazione dei tempi e del contesto, che addensa disagio e lo scarica al di là dell’ovvio con nuova rabbia, trasformando la reazione in canzoni esautorate di ogni pessimismo fine a se stesso e del nichilismo giovanilistico dei primi tre album, ma ancora smaglianti di immagini, condanne, suoni straripanti, idee che altri interpreti italiani dell’alternativa mai potrebbero intendere o ammettere, costruzioni poetiche e letterarie apparentemente meno oscure che in passato, ma sempre godibili e nutrienti, come frutti maturi pregni di contenuto e dalla forma adeguata.

Nell’invettiva caustica di “Città Dormitorio” le chitarre si caricano di virulenza e si fanno intossicanti, imitanto le parole, che con lenta e disillusa ostinazione celebrano il lutto della civiltà e del confronto intelligente al tempo di internet e delle nuove geografie del nulla. I riff tesi e affascinanti, impreziositi da contrappunti armonici o disarmonici e da voci graffiate, urlate o declamate,  di “Narrazione”, “Fecondità”, “La Noia” (molto CCCP, ma soprattutto molto Marlene Kuntz) e “Leda” segnano il clamoroso ritorno in auge dell’estetica noise rock degli anni ’90, con tutta la sua malìa decadente e inquieta. E se non fosse per alcuni eccessi moralistici o per certi stilemi ancora decorativamente melodici, potremmo parlare di nuovi inni di ribellione intellettuale scesi dal cielo o ascesi dall’inferno per risvegliare e rimobilitare il rock alternativo italiano.

Gli episodi meno fragorosi (“Niente di Nuovo”, la titletrack e “Formidabile”), dove però la sezione ritmica appare maggiormente in luce, aggiungono corruzione e artificio alla gamma meditativa e narrativa sviluppata negli ultimi anni dalla band. Se, fino a poco fa, le armonie venivano orientate e trattenute nella ricerca della limpidezza formale, ora il corso dinamico acquista profondità e rilevanza drammatica attraverso ombre, opacità e soluzioni tecniche adatte al senso tenuto in primo piano delle liriche.

Il disco regala nuove emozioni a chi sperava soltanto di poter rivivere una pallida imitazione delle vecchie. In più suona così diretto che sembra fatto apposta per essere riproposto completamente in versione live, come una promessa di coinvolgimento e comunicazione concertistica…

Pur essendo innegabile il ritorno a una forma passata di musicalità, che nulla smuove e nulla immagina oltre il già detto e già gridato, c’è da ammettere che ognuna di queste canzoni nasconde dietro la foga e l’aggressività elettrica o rumoristica un senso schiettamente sofferto di organizzazione lineare delle impressioni e dei timbri. Come in una forma finemente lavorata, basata sulla ricerca melodica e autoriale conclusa con l’ultimo album “Nella Tua Luce”, su cui si accumulano le ombre e le tenebre di un sentimento cupo, irrisolto o più probabilmente universale, quindi eterno. Ancora maledettto e ancora cosciente della labilità della vita, dell’assenza di dignità, verità e rispetto.

[setteemezzo]

Autore dell'articolo: Giuseppe Franza

cose che mi piacciono: cocacola, nietzsche pre-crepuscolo degli idoli, sonic youth, goleador (alla cocacola), céline, mario bava, controriforma, hegel, le anime morte, penne staedtler permanent, giambattista basile, segnalazioni cinematografiche del centro cattolico, the stooges...

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