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Marika Hackman – I’m Not Your Man (Sub Pop, 2017)

Nel secondo capitolo del proprio romanzo artistico la giovane Hackman si interroga sulla femminilità. Ma di traverso, cioè raccontando qualcosa di più vago e vario, come la libertà. Svanisce, giocoforza, la categoria d’interpretazione in cui la critica aveva rinchiuso, prematuramente e frettolosamente, la musica della cantautrice inglese. Marika si spoglia degli ultimi indumenti abbinati alla conveniente e aggraziata veste nu-folk per mostrarsi frontalmente e interiormente così come è abituata a vedersi nella fluidità del quotidiano, nel contraddittorio e sovrabbondante sistema di vita dove i ricordi si confrontono con gli ultimi movimenti dialettici della fantasia e le confessioni emotive si perdono nella distrazione. La libertà riguarda insomma il limite del necessario, il dispiegarsi inessenziale della normalità… Un dato importante per un’artista che ricerca trasparenza, intesa come qualcosa che poco ha a che fare con il vuoto o il superficiale o con la chiarezza della trasfigurazione, in cui riflettere pregi e difetti di una sensibilità a suo agio con le prospettive ombrose e provocatorie.

Il rimando alla questione gender è un pensiero iniziale che fortunatamente abbandona presto la strada diretta alla conclusione del sistema argomentativo. Le canzoni girano intorno a desideri e dichiarazioni di emancipazione sessuale, ma nel concreto il paesaggio narrativo è caratterizzato da situazioni comuni e quotidiane, con sentimenti in controluce e molti ricordi insabbiati dalla tristezza o dalla nostalgia. Su tutto incombe la luce obliqua e pesante del risentimento o della delusione, che irraggia pochi particolari-chiave e getta nell’ombra il contesto (che a ogni modo presuppone un’altezza e una profondità) di insoddisfazioni, limiti, ipocrisie e ingiustizie, divertimenti stupidi e volontà azzoppate. Dall’iniziale “Boyfriend” si comprende dov’è che va l’ispirazione formale della cantautrice: una melodia dolente si aggrappa al senso piano o contorto di una musica strutturalmente indie-rock, anche se ammorbidita e smussata in programmazione, esecuzione e produzione. Ascoltando “Good Intentions” vengono in mente i Garbage, ossia quella particolare declinazione muliebre del gusto alternativo che non cede alle esasperazioni più sguaiate del riottismo femminile e neppure all’erotismo sfacciato o sublimato da rock svenevole e decadente creato per il morboso pubblico maschile. In “Gina’s World” si compie la sintesi personale, cioè la lievitazione dell’impasto in cui sono stati macinati e mescolati tutti i sapori principali dei modelli portanti: Nico, Joni Mitchell, Blondie e Cate Le Bon. Il pop-rock estivo di “My Lover Cindy” potrebbe trasformarsi in un singolo di successo se suonato dalle Warpaint, mentre “Round We Go” è un folk-rock elegiaco costruito su una strofa vagamente sonicyouthiana e un ritornello jeffersonairplaneiano.

La chitarra acustica torna a dominare l’arrangiamento in “Violet” e “Cigarette”, anche se le armonizzazioni rivelano con orgoglio e coscienza tutti i grumi del caso e si incantano malinconicamente nelle sospensioni, come se il fine non rivelato fosse proprio stabilire un nuovo confine tra lo-fi, ballata romantica e dream-pop allucinato. La seconda parte del disco (da “Time’s Been Reckless” a “I’d Rather Be with Them”, passando per “Apple Tree”, “So Long” e “Blahblahblah”) sperimenta un metodo più semplice e diretto di commistione di linguaggi alternative, folk, slowcore e melodici (diciamo da britpop radioheadiano), dilatando i concetti e confondendo le prospettive con immediata radicalità e felina enigmaticità.

La nuova essenza espressiva di Marika Hackman appare più genuina e autentica di un qualsiasi forma rinnovata o riorganizzata di folk essenziale e viscerale. Al punto ci arriva dopo un giro poco ortodosso e ordinato, ma la soddisfazione, per lei autrice e noi fruitori, sta tutta nel percorso.

[sette]

 

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