Man On Wire – West Love (Jestrai / Knifeville, 2012)
I Man On Wire sono un gruppo friulano di Indie Folk vagamente psichedelico, composto da Stefano Pasutto, voce e chitarra (da qualche anno membro aggiunto dei Tre Allegri Ragazzi Morti), Cristina Basso Moro, alla chitarra e ai cori (dagli Arnoux), Marco Pilia, al basso e ai cori, e Nicolò Fortuni alla batteria e alle percussioni (già nei With Love e negli Smart Cops).
Il loro debutto “West Love”, pubblicato dalla Jestrai in collaborazione con la Knifeville (associazione culturale di Enrico Molteni dei TARM), è un buon episodio di estetica analogica ed essenzialità poetica, registrato all’Inside Studio da Emanuele Baratto, tutto in presa diretta. Una raccolta di idilli leopardiani, fragili e malinconici, ma ancora raffinati, nelle idee e nella struttura. Un quadretto distinto, chiuso nella sua disincantata cornicetta di plastica. Otto tracce di delicatezze acustiche, in cui si nascondono fraseggi grunge e esoterismi post punk, suonati con una coralità semplice e rassicurante, tendente alla nuvolosità morriseiana (“More-Footed” è un bellissimo esercizio à la Smiths contaminato da diverse suggestioni weird folk e pop) o a progressioni armoniche più vicine all’epica musicale dei The Who di “Tommy” (“Potential Architets”).
Il primo brano “A Thousand Legs” e il secondo, “Autumn”, sono due graziose canzoncine folk rock appena delineate, con leggeri intrecci di voce e una lieve struttura chitarristica. La title track comincia ronzante e ubriaca come un pezzo degli Oasis, per trasformarsi poi in un gentile gioco fricchettone. Risuona un Folk Rock con una buona melodia. In “Dust” si cerca il confronto con il Alt-Folk più favolistico, quello di moda un quattro o cinque anni fa in America. “The Anger Song” è dominata da un simil-organo che apre a maglie più inglesi che west coast, in verità un po’ monotone e prevedibili.
Buono il finale pressappoco pinkfloydiano di “Man On Wire”, dove si intuisce tutto il senso di sospensione e oscillazione suggerito dal nome della canzone e del gruppo. L’uomo sulla corda in questione è Philippe Petit, il funambolo francese che negli anni settanta camminava sospeso tra i tetti delle cappelle di Notre Dame o tra le Twin Towers. Un pazzo scatenato, che manifestava la sua follia espressiva con un gesto plateale ma al tempo stesso silenzioso e gentile. Una cosa strana. Un po’ come la musica di questo gruppo. Un po’ moscia, sì, ma anche molto dolce. Pretta. Un lavoro di bilanciamento, che in tempi di casini di bilanci e incertezze di valore e valori ci preme segnalarvi.







































