Luke Haines – Smash the System (Cherry Red, 2016)

indexIn patria, Heines è considerato come un genio corrotto. Il patrigno spirituale della scena britpop, il gemello sbagliato di Paul Weller… cose di questo tipo. E per questo viene rispettato e celebrato soprattutto per i suoi passi falsi. Qui in Italia non è mai stato cagato più di tanto, e ciò apre a una prospettiva critica molto più interessante e valida sulla sua produzione solista. Ci tocca solo ascoltarlo, senza neanche preoccuparci di evitare pregiudizi già configurati, e cogliere i molteplici riferimenti alla storia del pop di cui ha voluto renderci partecipi.

Il suo ultimo disco “Smash the System” offre un compendio dei suoi talenti compositivi ed espressivi e una sintesi dei suoi limiti. Heines è una rock star ispirata e distratta da molteplici interessi. Cita, inventa, si contraddice, si innalza e poi si perde, buttandola sul glam, sulla psichedelia pop anni ’60, sul folk britannico, sul funk sgangherato e sulla new wave intossicante, senza mai formalizzarsi più di tanto o preoccuparsi di dare coerenza al percorso creativo. In passato si è ingegniato con i concept album, ma ora procede a ruota libera anche in senso tematico. Fa lo scemo e si prende sul serio. Crea e distrugge. Ma in trentacinque minuti di musica gestisce con merito artistico e qualità almeno otto canzoni su dodici.

Ciò che più colpisce è la personalità, che rende ogni suo movimento eclettico accogliente e originale, anche quando sembra che le strutture e gli arrangiamenti siano dominati dalla confusione o dalla superficialità. Stilisticamente Heines non sopporta il concetto di limite e passa dal lezioso boogie-pop (“Marc Bolan Blues”) alla parodia synth-wave o kruatrock (“Bruce Lee, Roman Polanski and Me”, “Ulrike Meinhof’s Brain Is Missing”, dove Haines si immedesima ancora nella psicologia della rivoluzionaria tedesca fondatrice del gruppo eversivo R.A.F.), dall’imitazione dei Suicide (“Black Bunny…”) al surrealismo acid folk (“The Incredible String Band”), dal post-punk (“Power of the Witch”) al sardonico gusto retro-horror bucolico (la titletrack) senza colpo ferire e senza troppe smanie di coerenza. Da questo punto di vista è ovvio che ogni tanto il cantautore inciampi nella citazione nostalgica o nel numero inutile. Ma alla fine pare di riascoltare e riconsiderare con un unico, disorganico ma appagante ascolto tutta la produzione storica dell’ex The Auteurs… Ed è una cosa bella.

[seipiù]

 

 

Autore dell'articolo: La Giustizia

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