Lotic – Power (Tri Angle, 2018)

Il ritmo sporco, irrazionalmente accentuativo, prevedibilmente imprevedibile e dei tempi ossessivi della nuova elettronica è diventato arido come la sabbia ai piedi delle Piramidi. Nulla sembra possa più accadere entro quella cornice. Nulla sembra ci possa più venire dal beat scomposto e dal diluito formalismo dell’elettronica che è insieme colta, riottosa, pop, prosastica e poetica, soprattutto quando la dinamica è dall’inizio alla fine comandata da fini superati, e quando la metrica sostanziale del sound risuona anemica e gravata dal peso intellettuale senza vera direzione, contaminato in ogni passaggio da una formalità irreale, inutile.

In alcuni casi, la ricerca della forma nuova è solamente attenzione tecnica verso soluzioni inusitate o definizioni aggiornate da ingegneria del suono (verso il futuro dell’hip hop, il futuro della techno, il futuro dell’industrial…). Un nulla riempito con la bravura che non è più promessa di un’autentica sostanza musicale. Tutti i progressi acquisiti dall’elettronica hd, dal post-dubstep e dall’ambient di nuova generazione sembrano infatti condurre su posizioni di stile più arretrate (in termini di potenza, vivacità e bellezza) di quelle raggiunte nella preistoria e nel medioevo dell’elettronica. A proposito della poesia, tanti anni fa, Ezra Pound suggerì ai suoi allievi di “tenere d’occhio la frase musicale, ragazzi, non il metronomo”. E il punto è proprio questo: nell’elettronica contemporanea il ritmo si è ridotto a un mero fatto auditivo, legato alle necessità pratiche di modificazioni dell’ampiezza, della durata e della profondità, perdendo tutto il suo valore rappresentativo, evocativo e significativo. Poi però arriva Lotic, con il suo primo album lungo e ufficiale “Power”. La sua ricerca elettronica suona subito matura, tormentata, viva. Ricerca contemporanea, perché sa di doversi esplicare nel contrasto e nell’assurda ed estrema oggettività di un ritmo senza ritmo, che si piega al pop, all’hip hop, alla synth-wave e alla sperimentazione free-form. Ricerca di forma e tecnica, perché inventa nuovi suoni e nuove strutture puramente digitali mentre si confronta con la nostalgia, l’ansia, l’angoscia e tutti gli altri sentimenti perduti con la fine della musicalità analogica. Il senso di “Power” sta nell’usuale e sconclusionata tensione verso una sintesi continua tra forma animale e artificiale dell’emozione. In ogni sua composizione si sente un sinistro rumore d’attrito, di sfregamento e scontro, tra sterilità e fecondità del digitale. L’artista attraversa i pronomi personali, i verbi di sostanza e di appartenenza, e si aggroviglia intorno al nulla dei sentimenti umani ricreati e rievocati nello sciame di un linguaggio fatto di ronzii, rumori bianchi, bleep, percussioni tribali e bassi dilatati oltre ogni possibile confine. E poi con pulsazioni che sanno di soul e blues, di vita che attraversa i nervi (“Nerve”), il cuore (“Heart”) e la luce (“Love and Light”) e quindi annega in un oceano sintetico, extraterrestre di beat, glitch, dissonanze e field recordings.

Le trame sonore composte da Lotic appaiono brillanti come acciaio appena lucidato, ma molto spesso, sotto la superficie, si sentono i graffi, le parti già scalfite dall’usura di un modo di fare e di vivere le cose completamente e tragicamente alienante. Lotic è astrazione e concretezza, gioia e disperazione di vivere. La sua elettronica è poetica, e questo grazie alla commistione di ritmi umani ed elettronici, e al contrasto irrisolto tra fisica organica e meccanica inorganica. Nei suoi brani il ritmo si fa velocissimo e industriale, oppure rallenta fino ai battiti sensuali del soul (l’aspetto umano di questa musica, paradossalmente, viene fuori soprattutto nelle parti completamente strumentali, cioè quando tacciono le voci e i sospiri di matrice black che Lotic ha voluto aggiungere alle sue costruzioni digital-trance), o ancora si perde in un iperuranio ambientale e post-rock e dopo un po’ si trasforma in pantomima grottesca di pop processato e rumoroso. L’elettronica di “Power” è varia e stortissima, ma ancora gelida, talmente gelida da scottare, e da essa si alza un vapore di confusione che sa di emotività reale. Come nel capolavoro del disco, “Hunter”, dove Lotic mette in piazza le sue insicurezze, i drammi della sua esistenza, come fossero medaglie al valore.

[otto]

Autore dell'articolo: Giuseppe Franza

cose che mi piacciono: cocacola, nietzsche pre-crepuscolo degli idoli, sonic youth, goleador (alla cocacola), céline, mario bava, controriforma, hegel, le anime morte, penne staedtler permanent, giambattista basile, segnalazioni cinematografiche del centro cattolico, the stooges...

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