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Linda May Han Oh – Walk Against Wind (Biopholio, 2017)

Linda Oh è una contrabassista e una compositrice di origine malese, cresciuta in Australia e attualmente cittadina newyorkese. Suona jazz già da molti anni e ha all’attivo parecchie incisioni come turnista e tre dischi come band leader. E questo “Walk Against Wind” è il suo quarto lavoro da protagonista…  Con lei suonano il sassofonista tenore Ben Wendel, il chitarrista Matthew Stevens (che ricorda nei momenti migliori le cose più malinconiche di Jim Hall), il batterista Justin Brown, il pianista  Fabian Almazan (che è uno importante) e nell’ottava traccia “Mantis” c’è la bravissima percussionista coreana Minji Park che agita e batte il janggu e il kkwaenggwari, due strumenti tipici del sud-est asiatico.

L’umore del disco è vegamente moderno, cioè teso a riattualizzare schemi classici e arrangiamenti da jazz-fusion mainstream con strutture quasi post-rock (arpeggi dissonanti di chitarra e interferenze percussive) e da soul elettrico (ritmi in levare, controtempi e accenti enfatici sulle note minori), dove parti minimali o esuberanti di basso e chitarra dettano i tempi e le dinamiche principali secondo un approccio danzante. Il sassofono, invece, si esprime con linee chiare e sempre centrate di melodia atmosferica. Domina lo stilema della ballata (“Speech Impediment”, la titletrack, “Mother Reason”, “Midnight”), con armonici insistiti e contrasti tonali, sfumature cromatiche e piccoli spazi di improvvisazione ritmica. Altrove compare un po’ di gusto post-swing (“Firedancer”), bossa (“Perpuzzle”, “Ikan Bilis”) o etnico (“Mantis”)… Non si cade mai nell’astratto, e questo è un bene, ma qualche volta ci si perde in virtuosismi o mielismi poco eleganti. Il tono generale è sempre raccolto in una nuvola lieve di accordi leggeri e cangianti e di note brillanti che si opacizzano o si spengono seguendo una scia discendente o ascendente di passaggio. Ma i musicisti sanno anche far esplodere il groove e vivacizzare i propri interventi, e soprattutto quando il basso vira sull’elettrico pare di ascoltare qualcosa di sensato e originale… Cioè di oltre-metheniano. Eccolo il limite… Pat Metheny, il musicista che forse più influenza e penalizza l’espressività della Oh.

Se il jazz di Linda May Han Oh non riesce mai a diventare arte o eccitante sfogo d’interplay la colpa è solo di un’impostazione mentale che pare proprio imposta dal modello con cui la bassista è venuta fuori qualche anno fa. Stiamo parlando di quella volontà di medietà e di normalizzazione che blocca le idee ma non frena il movimento delle dita sulla tastiera, di quel tipo di ostentazione di fluidità che rende tutto così indefinito, transitorio e scivoloso.

[seimeno]

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