Lee Gamble – Mnestic Pressure (Hyperdub, 2017)

Potremmo farne a meno, ma ci viene lo stesso, accostandosi al lavoro di Lee Gamble, di ragionare sul paradossale gusto archeologico con cui il presente tratta anche il passato più prossimo. Gli anni ’90, per esempio. La rave music, il dub, il 2 step, la techno minimale. Generi e ritmi non del tutto ancora storicizzati, non pienamente conclusi nella loro parabola estetica, ma che alcuni produttori studiano come si trattasse di materiale antico e misterioso, un reperto ancora interpretabile di oscura e mitica collocazione temporale o, soprattutto, un antidoto di senso e realtà al sistema allucinato, apparente e mercificato della contemporaneità. Ciò avviene probabilmente in base al modo in cui molto di questo materiale è stato al suo tempo sviluppato e sorbito, cioè con incoscienza, fretta e inconcludenza, a dispetto dello spirito e del valore poetico, ritmico e musicale che ne giustificano, nonostante l’inattualità, l’essere e il risuonare.

Non è quindi troppo retorico affermare che Gamble lavora come un archeologo e un antropologo. A modo suo, ricostruisce trame narrative, connessioni storiche e strutture spirituali partendo da reperti e frammenti di beat. Evoca gli antichi spiriti e i numi tutelari della scena underground, ricrea uno spazio, oltremondano, in cui far convivere tempi diversi: il passato non concluso e il presente assente. Con “Mnestic Pressure” si critica l’attualità e si esorcizzano i mali dell’infinita e cinica apparenza: è scomparsa la gravità, si nasconde la forma essenziale, ci si perde nelle dimensioni invisibili. Il recupero di parti atmosferiche dimenticate e obnubilate significa quindi separarsi da una scena di dominio che è intesa come pericolosa e avvilente, senza metterne da parte i cattivi effetti, che devono rimanere e inquietare come moniti, come coordinate di dannazione. I suoni jungle, dub e breakbeat devono incontrare l’ambient di nuova generazione e l’approccio hi-tech, per dare vita a mondi alternativi, in cui possa ristabilirsi quel minimo indispensabile di senso già sfiorato ma non compreso negli anni ’90. Il suono lunare, trasversale e spiritualmente dub di “Istian” è dunque un manifesto di restaurazione di un’estetica. E lo stesso vale per l’aggiornamento jungle progressivo proposto in “East Sedducke” o il viaggio mantrico e spiritistico di “Ghost”. Il metodo è meccanico, frattale, combinatorio. E l’effetto passa dall’horror al drone, dalla sound-art alla minimal, dall’idm all’hardcore, con una tridimensionalità e una densità impressionante e sempre aperta al fascino del possibile e dell’errore, della sospensione e dell’accidentale.

La produzione è ad altissimi livelli. La visione è oscura e pessimista. Siamo nel futuro, per contrastare il presente attraverso il passato.

[settepiù]

Autore dell'articolo: Giuseppe Franza

cose che mi piacciono: cocacola, nietzsche pre-crepuscolo degli idoli, sonic youth, goleador (alla cocacola), céline, mario bava, controriforma, hegel, le anime morte, penne staedtler permanent, giambattista basile, segnalazioni cinematografiche del centro cattolico, the stooges...

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