Khruangbin – Con Todo El Mundo (Late Night Tales, 2018)

Il rock psichedelico dei texani Khruangbin esplora mondi esotici e impossibili, vecchi miti di primavere cultutali che si sono trasformate in allucinazioni geografiche, gusto ipnagogico e nostalgia. Si parte dalle suggestioni relativiste di compilatori e collezionisti di rare-sound per arrivare al riciclo e all’emulazione di materiali marginali o ignoti e alla commistione di linguaggi oggi antitetici, ma già frequentati ieri e altrove: fino a oggi hanno suonato rock alternativo costruito su schemi di sensuale R&B mediterraneo e asiatico, funk morbido e melodico collegato al psych-rock e alla tradizione pop tailandese, alla chillout e a cose del genere. Ora il trio punta a confrontarsi con influenze chicane, caraibiche, iraniane e indiane (anni ’60 e ’70), con personalità e curiosità documentaristica (ah, quanto ci manca il piccolo mondo cane antico), eleganza e verve, declinata in ogni ritmo (tutti costruiti in backbeat), in ogni scelta dinamica, in ogni assolo di chitarra. Potremmo descrivere l’esperienza sonora come fusion che tende a dilatarsi come in qualche derivazione dreamy o come restauro di un’intensità creativa possibile solo nella provincia ingenua e remota. La bellezza del sogno fallito di modernità… un’illusione cui c’è tanto surf quanto soul, tanto funk quanto etnochill retro-futuristica. La band riesce anche a imitare la libertà espressiva di musiche altre e nuove (come se ne produssero in Iran e India alla fine degli anni ’60) e una certa volontà politica, ma sempre in un progetto di estetica di sommersione e rimpianto, con una consapevolezza di pantomima appena levigata dall’eco della distanza e della lontananza. Una finezza, in un certo senso, che aumenta la magia e il valore dell’operazione.

In “Con Todo El Mundo” sembra di poter scoprire canzoni originali dimenticate dell’epopea chicano rock, sonorizzazioni lounge di scuola umilianana (“Friday Morning”), funk psichedelici induisti o brani salvati da bootleg di una prog-rock band persiana. La linea di demarcazione tra stili è sottilissima eppure rispettata e celebrata a seconda dei particolari effetti cromatici e tematici rivelati dalla voce morbida e amonizzante di Laura Lee, delle parti chitarristiche suonate da Mark Speer o dalle intenzioni storico-documentaristiche insiste in tutte le tracce.

Il miscuglio ritmico e timbrico è strategicamente strutturato. Se le scale mediorientali trascendono in ballata centramericana (“Maria También”) è per opportunità e ricerca, e non soltanto per volontà di eclettismo e relativismo culturale. L’impostanzione ordinata, trasognante e d’atmosfera collega l’intera sperimentazione al filone exotico-lounge, in un paradossale e tollerabile gioco di contrasti tra autenticità e profanazione, sfruttamento e impegno critico. I corsi e i ricorsi storici in un nuovo corso che ama il vecchiume.

[sette]

Autore dell'articolo: Music Addiction

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